Mazinga Z Infinity

5 11 2017

A vedere Mazinga Z Infinity al cinema eravamo in dieci. Mio figlio, di otto anni e altri nove di un’età (in)definita dai 45 ai 55 anni. Il fuori luogo, ovviamente, era il piccolo Paolo. Sgomberiamo ogni dubbio: questo film è per nostalgici e fa leva su quella sensazione diffusa per la quale l’uomo (umanità), ogni tanto vuole provare a rivivere quello che ha vissuto da bambino: che sia un cibo, un panorama, un viaggio o un cartone animato non conta. Tornare indietro nel tempo è uno sport che di tanto in tanto viene praticato. Io penso, che quando porta con sé emozioni positive, debba essere praticato. Allora, la domanda è: cosa ci faceva lì in mezzo alla folla retrò mio figlio di otto anni? Niente, mi spiegava i dettagli tecnici di Mazinga in quanto grande esperto dopo aver visionato tutte le puntate dai cinque ai sei anni. “Colpa” mia o di mio padre, ma si è divorato tutta la serie.infi

Veniamo agli appunti. Mazinga non era il mio robot preferito. Amavo di più Goldrake. Tra i vari pensieri di ieri, durante la proiezione, c’era la riflessione sul desiderio che avevo, da piccolo, di vedere le trasformazioni, cioè quelle fasi in cui i robot si compongono. Più erano complicate e più stavo incollato allo schermo aspettando che lo rifacessero. Quella di Daitarn 3 era fenomenale, ma anche Jeeg non scherzava; Actarus che si gettava per la botola per andare a pilotare Goldrake l’avrò imitato all’infinito. Allora, ieri, pensavo che per volare ci bastava poco. Occhi incantati su questi meccanismi che al giorno d’oggi sembrano scontati, ovvi, superati. Ma per noi erano sogni.

Andava apprezzato anche un altro aspetto di queste serie: la capacità di delineare i personaggi cattivi. Ci veniva spiegato perchè volevano conquistare la terra, quali erano i loro credo, cosa avrebbero fatto dopo, mettendo in luce anche aspetti negativi e contrastanti.

E poi, ieri, finalmente, ho visto realizzarsi una cosa che non mi ero mai spiegato. Cioè: perché i mostri nemici, anziché attaccare tutti insieme a fine mese, attaccavano i nostri beniamini una puntata alla volta? Sarebbe bastato aspettare un po’ per sferzare un epico attacco e distruggere la terra. E invece no, si ostinavo a fare un assalto a puntata. Ci credo che poi perdevano.

In Mazinga Z Infinity, invece, accade davvero quello che ho sempre desiderato: uno contro tutti. E indovinate: vince Mazinga lo stesso! con commento finale di mio figlio: “Che burdel che l’ha fat ső!” (che casino che ha fatto!).

 



Il fine settimana di tendenza

21 10 2017

Oggi mi sento in vena di consigli per gli acquisti. Quando si arriva alla domenica sera e si deve decidere se uscire con gli amici oppure fare qualcos’altro di originale vi suggerisco di prenotare un volo con l’Alitalia e di recarvi puntualmente all’aeroporto prima della partenza. Poi lasciate fare tutto agli eventi e vi si spalancherà davanti la nuova tendenza per chiudere nel migliore dei modi il fine settimana. Segnatevi gli orari di questa felice storia perché hanno la loro importanza.

Il mio volo è in partenza alle ore 21:30. Arrivo in aeroporto poco più di un’ora prima e noto sugli schermi che il decollo avverrà alle 22:20. Sono felice: nemmeno un’ora di ritardo con l’Alitalia equivale alla puntualità di un treno svizzero. Alle 22:15 ci comunicano che l’aeromobile in arrivo da Roma atterrerà alle 22:36 e a quel punto inizieranno le operazioni di imbarco. Mi avvicino al gate sempre sorridente pensando che è quasi fatta. Arriverò a Brindisi a mezzanotte e domani mattina sarò pronto per il corso di formazione. Alle 22:42 senza nessuna comunicazione sullo schermo appare l’orario aggiornato per il decollo: le 23:45. A questo punto ci sono due opzioni: o incazzarsi e buttare definitivamente via la domenica sera oppure continuare a sorridere trasformando lo stato d’animo da felice a sarcastico. Rifaccio i calcoli. Se tutto va bene atterriamo alle 1:00 di notte, dovrò cercare un taxi, andare all’hotel, e tentare di addormentarmi entro le 2:00 per avere un minimo di decenza di sonno che mi permetterà di mettere insieme due concetti di fila la mattina dopo. Alle 00:15 inizia l’imbarco, passano 10 persone e poi arriva una telefonata. La hostess di terra sotto voce bisbiglia “ok, va bene” e sospende le operazioni di imbarco. I bambini presenti iniziano a piangere, gli anziani cercano da bere un po’ d’acqua, qualche adulto inizia ad insultare ad alta voce. Dopo un quarto d’ora arriva la hostess ufficiale dell’Alitalia (la si riconosce dal terribile vestito con più osceno cappellino a decoro) e, come fosse nulla, comunica a tutti quanti: “Il volo Alitalia per Brindisi è stato cancellato in quanto i piloti e il personale di bordo hanno raggiunto il limite massimo di ore giornaliere”. Che io dico: ma sti qua non sanno nemmeno quante ore fanno i piloti?! E soprattutto: perché non ce l’hanno detto quando l’aereo è partito da Roma?! Ma capisco di pretendere troppo…

A questo punto, però, giunge l’informazione che dà un senso al nuovo giorno appena iniziato. La hostess, tutta gentile ci dice: “Adesso, tutti insieme, ce ne andiamo con calma al banco del check-in e troveremo delle soluzioni per portarvi a Brindisi nei prossimi giorni”. Ha detto così, giuro: “nei prossimi giorni!”. Non è stupendo? Uno prenota il volo alla domenica sera, ma potrà arrivare a Brindisi uno qualsiasi dei “prossimi giorni”. Niente da fare, non possiamo farcela. Io avviso che non arriverò per fare il corso per il giorno a dopo e me ne torno a casa. Fine del weekend di tendenza.



La camiciaia

2 10 2017

Durante i corsi di formazione mi è capitato alcune volte di parlare di mia nonna Rosetta. È quella che ha gioito come una matta quando ha saputo che avevo vinto un concorso in un comune e che è rimasta senza fiato quando le avevo detto che il primo stipendio era di circa unmilioneottocentomila lire (a numeri non si riesce più a scrivere). È la stessa nonna che, quando ho preso il part-time, ha avuto un piccolo infarto, domandandosi come avrei fatto a vivere. Le ho spiegato, ma non l’ho mai vista convinta. Anzi. Spesso, quando andavo a trovarla, mi chiedeva: “Non è che ti sei messo in un brutto giro, neh?”. Quando al telegiornale Brunetta ha detto che i dipendenti pubblici potevano essere licenziati, mi ha convocato per un summit sul mio destino con l’ammonimento: “Non fare stupidate!”.

Ecco, quella nonna Rosetta lì, con la quale sono riuscito più volte a strappare un sorriso ai partecipanti, è morta qualche giorno fa. Aveva 96 anni.

Di lavoro faceva la camiciaia. Infatti, io, non ero conosciuto come Gianluca, bensì come il nipote della camiciaia. Inutile dire che il mio armadio era pieno di camicie fatte da lei. Ne conservo ancora e penso che da alcune non me ne distaccherò. Una volta, ma questo tempo fa, avevo osato comprarmi una camicia di jeans. E lei ci aveva fatto un altro infartino. Leggero, ma che aveva incrinato i nostri rapporti per qualche settimana. Sta cosa mi ha lasciato talmente il segno che ancora oggi faccio fatica ad entrare in un negozio per comprarmi una camicia.

La nonna Rosetta aveva una stanza tutta per lei. Da piccolo ci entravo e dove lei tagliava e cuciva, io raccoglievo da terra i pezzi di stoffa. Ci componevo dei puzzle. L’arnese da lavoro che però ammiravo più di tutti era un quaderno. Di solito, gli artigiani hanno la rubrica del telefono dei clienti. Mia nonna no. Aveva un’agenda di qualche banca nella quale segnava le misure per fare le camicie ai suoi fedeli acquirenti. Collo, lunghezza del braccio, polso, petto. Cose così. Numeri che mi sembravano infiniti. Poi faceva sempre il gioco di provare a scrivere prima le misure guardando il cliente e di andare, solo dopo, col metro a contare i centimetri. Si sbagliava di poco, pochissimo.

I ricordi della nonna sono tantissimi perché ci abitavo ad un piano sopra. Sono cresciuto con lei, che mi badava, mi controllava e mi faceva da mangiare. Si era messa in testa che amavo le tagliatelle con i piselli e non c’era niente da fare: me le trovavo un giorno sì e un giorno no. Che poi… tagliatelle con i piselli… mah.

Ecco. La nonna Rosetta. Che da qualche settimana non voleva più mangiare né alzarsi dal letto, il suo modo di farci capire che era tempo di saluti. Le ho detto che sto bene, che non ho più un posto così fisso, che le sue camicie su misura erano perfette e che con le sue parole ho fatto sorridere un po’ di persone.

La Nonna Rosetta



Un asteroide in famiglia

15 09 2017

E parliamo un po’ di questa pubblicità del Buondì Motta. Mi sono divertito a vederla. L’asteroide che precipita sulla mamma (e poi anche sul papà, che più che un padre sembra uno sfigato Alberto Angela che presenta un evento scientifico) è una soluzione visiva simpatica, che fa ridere, un po’ come gli sketch di Tom e Jerry, Braccio di Ferro, Phineas and Ferb o i miei preferiti Oggy e i maledetti scarafaggi.

D’altronde, perché non sorridere se il video è girato dentro ad un mondo finto, surreale, inventato? È un po’ come i cartoni animati che ho citato, no? Talmente assurdo che serve qualcosa di più assurdo per attirare l’attenzione.

Prendiamo l’ambientazione. Colazione in giardino. E già lì, proviamo a rispondere: quante volte in un anno facciamo colazione in giardino? E poi: che giardino! È più grande di un campo di calcio. Erba perfetta, piante pettinate all’inverosimile. Incredibile che non ci sia la piscina, anche. E rispondiamo: come è messo il nostro giardino? Quante volte all’anno ha l’erba tagliata alla perfezione con le aiuole delimitate al millesimo di centimetro?

E avanti: la distanza dalla casa. Cioè, sti qua fanno colazione a cento metri dalla casa. Ora, facciamo anche finta che la tavola sia già apparecchiata per magia al risveglio, ma proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se, una volta tutti seduti, scoprissimo che manca qualcosa; che ne so… lo zucchero? Chi va a prenderlo? Cento metri andata e cento ritorno. Io ho tre figli che se devono andare a prendere qualcosa sul bancone della cucina a tre metri dal tavolo sbuffano. E lì? Nel campo di calcio? Chi si alzerebbe per andare fino alla casa rischiando che al ritorno sia diventato tutto freddo? Voi direte: beh, dai. Quella famiglia lì avrà anche il maggiordomo… Giusto. Quindi la domanda: quanti di noi hanno alle dipendenze il maggiordomo vincitore dei 100 metri stile giardino?

Siamo nel surreale, dài, non nella vita normale.

Buondì

E i vestiti? Cioè, guardate come vanno vestiti a fare la colazione. Manca poco che sembra di essere ad un matrimonio. E i capelli della mamma e della bambina? Me ne intendo poco, ma sembrano da parrucchiera. Sti qua fanno colazione come fossero ad un ricevimento! Pimpanti come se fossero perennemente in vacanza pure… Che poi: l’emozione di vagare per la cucina in pigiama o in mutande con gli occhi assonnati senza sapere neppure cosa fare e con l’unica voglia di tornare a letto, dove è andata a finire?

Però… per le associazioni di famiglie, per i critici, per i bacchettoni, il problema è la violenza dell’asteroide che precipita sulla mamma. Qua siamo finiti in un mondo incantato che non esiste! Il problema non è l’asteroide, ve lo dico io…



G come Genio

31 08 2017

Il colpo di genio che ho avuto quest’anno si chiama: “Salto in acqua da un’altezza di dodici metri”. La cosa imbarazzante è la mia incapacità di imparare dagli errori precedenti. Per farmi capire che c’è un limite e una decenza a tutto, non è bastato cadere lo scorso anno dal muretto su cui camminavo ad occhi chiusi (per il resoconto cliccare QUI). Con un anno in più, giusto cercare la genialità altrove.

Dopo un bel percorso a piedi arriviamo a Cala Goloritzè, una delle più belle spiagge della Sardegna (dicono di Italia o del mondo intero addirittura). Un po’ sulla destra c’è un ponte naturale di maestosa bellezza. Ci arriviamo a nuoto. Mio figlio Lorenzo, che si diletta frequentemente in attività di canyoning, punta decisamente a scalare l’arco, chiedendomi se può fare il salto. Lui ha già fatto salti da una ventina di metri, quindi non vedo problema. Metto quindi in atto una delle regole fondamentali della mia vita con i miei figli: vai avanti tu, che se poi sopravvivi ci provo anch’io (lo so che in giro ci sono papà che fanno il contrario, prima loro e poi i figli…). E così è stato. Lorenzo si butta, fa un salto perfetto, la gente, lì attorno sulle barche, applaude.

Intanto mi arrampico anch’io. Arrivo in cima e mi dico: perché no? A volte la punteggiatura fa la differenza. Un punto esclamativo invece di un punto di domanda e tutto si risolve. Quindi, mi tuffo. Altezza stimata: 12 metri. Cado in maniera assurda. Tutto storto. Mi accorgo di un’ondata pazzesca che mi avvolge dalle costole al lato sinistro del viso. Il collo va per conto suo. Esco dall’acqua e come se niente fosse dico: “Certo che non si arriva più con questo salto…” senza accorgermi che la gente attorno (figli compresi) sta ridendo di gusto. Faccio il gaggio e facendo finta di niente mi allontano a nuoto. Girato l’angolo, però, inizio a insultarmi per il dolore che ho addosso anche se, come spesso accade in questi casi, subito sembra tutto a posto.

Sono passati due giorni. Mi sento tutto rimbecillito (e lo sono), dolori da tutte le parti e in perenne stato d’assedio contro me stesso. Et voilà. Ecco il colpo di genio 2017.

L=Salto di Lorenzo G=Salto del Genio

L=Salto di Lorenzo G=Salto del Genio



Soldi

15 08 2017

In questi giorni si parla tanto di soldi. Di quelli di Neymar e di suo padre. Del fondatore di Amazon che è stato l’uomo più ricco del mondo per pochissime ore ripassando subito il trono a Bill Gates. Del matrimonio di Messi e della richiesta agli invitati di fare una donazione all’edilizia popolare in Argentina. Somme che toccano la nostra coscienza o che almeno stimolano un discorso tra amici o in famiglia. La stampa va sulla contrapposizione tra “quanto guadagni e quanto giri in elemosina”. Che a dirla tutta sarebbe una faccenda molto personale, addirittura segreta, come insegnano più o meno tutte le religioni: non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra. Ma si sa che bisogna fare audience, quindi è normale far sapere che gli amici di Messi hanno dato più o meno 37 euro a testa in carità. A questo punto le nostre abilità matematiche si mettono in gioco per calcolare improbabili percentuali di capacità di elemosina fino a giungere al primo commento che il caldo di questi giorni riesce ad elaborare. E la commedia umana, consumata dai giornali, prosegue.

Di fronte a queste notizie, a me capita solo una cosa: puntualmente la mia mente mi ricorda la storiella della vedova nel tempio. Ma sì, quella in cui Gesù si ferma a guardare la gente gettare monetine nel tesoro del tempio e al vedere la donna gettare solo pochi spiccioli dice: “Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. In quel momento sono stati cancellati tutti i calcoli aritmetici e la dimensione è passata dai soldi alla dignità della persona. E allora sto zitto.



Germania

29 07 2017

L’ordinata razionalità tedesca mi lascia spesso di buonumore. Capisco tutte le obiezioni: è un mondo freddo, è tutto quadrato, non c’è spazio per la fantasia e le emozioni. Ed in parte è vero. Ma certe cose ad alto tasso organizzativo e di programmazione mi fanno stare bene.

Prendiamone una: ogni volta che mettevamo i piedi in un campeggio, ci veniva subito spiegato che avremmo dovuto pagare la tassa di soggiorno (siamo sugli 0,80 euro per i maggiorenni). Con un sorriso, però, veniva aggiunto che “in cambio” ci sarebbero stati consegnati i biglietti per viaggiare gratuitamente su tutti i mezzi pubblici. L’effetto, su di me, ha funzionato. Pago qualcosa in più, ma mi stimolano ad usare i mezzi pubblici, riducendo ovviamente l’inquinamento e creando benessere allo stile di vita vacanziero. Mi sono anche venuti in mente i 7 euro che mi è capitato di pagare come tassa di soggiorno a Roma, ma non ho ricordi di sorrisi che mi sono sentito di fare, semmai il contrario. Ma ero in vacanza e ho pensato ad altro.

Altra cosa. Premesso che bevo regolarmente l’acqua che esce dal rubinetto, in Germania funziona che se si restituiscono le bottiglie di plastica di acqua e bevande varie, ti ridanno indietro 25 centesimi per ogni vuoto. C’è una macchina in ogni supermercato che mangia i resi e ti restituisce i 25 centesimi. Mi pare il giusto incontro tra la valorizzazione di un bene supremo (l’acqua), il rispetto dell’ambiente e l’aspetto economico della questione.

Si potrebbe parlare di altro, certo. Come ad esempio dei mezzi di trasporto. A me viene voglia di usare i mezzi pubblici. Li amo, per puntualità, pulizia, organizzazione, tragitti, percorsi.

Mi fermo, però, e lascio solo qualche fotografia di queste due settimane, tra Svizzera, Foresta Nera e Germania centrale.