Il cimitero dei palloni

14 02 2019

Qualche giorno fa sono tornato a casa e ho trovato questa situazione. Era successo questo: in occasione di una sistemata al giardino, ho chiesto ai ragazzi di recuperare tutti i defunti finiti nel “cimitero dei palloni”, un’area nascosta dove hanno trovato pace tutti i tipi di palla utilizzati dai miei figli.Il cimitero dei palloni Sono il frutto di tanti anni di regali storici: compleanni, comunioni, cresime. Ma anche di acquisti sofferti con le mance dei nonni. Ce ne sono 16. Mediamente cinque a testa più uno. La maggior parte sono di calcio, ma spunta anche un pallone da basket, uno di volley e qualcosa di tennis. Da qualche parte abbiamo anche quello di rugby. Della serie: le abbiamo provate tutte. Sono tutti irrimediabilmente bucati, frutto di tanto gioco nel piccolo campetto. Il risultato di avere tre maschi che girano per casa. Quattro con me.



Piccole sfide

28 01 2019

Tra le sfide che più mi coinvolgono, quelle geografiche sono certamente le più interessanti. Sarà perché viviamo in questo mondo, ma scoprire cose nuove dei luoghi che attraverso mi intriga da sempre. Il lavoro mi aiuta, certo. Sballottato di qua e di là ho la possibilità di guardarmi attorno e così nascono delle piccole sfide. Non sono mai programmate, ma crescono strada facendo. Come quella di mettere i piedi nelle venti regioni in un solo anno oppure di toccare un buon numero di capitali (nel 2018, ad esempio, ben otto). Poi ci sono anche dei piccoli “impegni”: ogni anno atterrare in un aeroporto nuovo o prendere un treno da una stazione in cui non mi sono mai fermato. Giochini che stimolano a stare svegli. Nel 2018, poi, me n’è capitata una che mi piace molto. Sono stato nel medesimo anno sia al Meridiano Zero che all’Equatore. Le origini delle coordinate della nostra terra. Ecco, un piccolo brivido a pensarci un po’ su.



Un sottile filo di collegamento

13 01 2019

L’Africa mi ha sempre affascinato. Più di tutto quell’idea di poter far qualcosa insieme. Nel 1985, l’anno di terribile carestia che ha portato Bob Geldof ad organizzare il Live Aid, avevo 15 anni. Il centro dell’adolescenza. E da lì in poi ho iniziato ad interessarmi del problema. Ho anche tanto studiato, approfondito, ragionato.

Ci sono tre persone che hanno lasciato il segno.

La prima è don Daniele che era stato curato nel mio paese. Ad un certo punto l’hanno chiamato in Etiopia e lui è partito. Io sono andato a trovarlo due volte. Nel 1993 e nel 1995. Poi è morto. A 41 anni. Un tumore ai polmoni. È una delle persone che più mi manca in assoluto.

Negli stessi anni, Alex Zanotelli, partiva per il Kenya. Dopo strani percorsi riesce ad arrivare a Korogocho, una delle baraccopoli di Nairobi, quella più vicina alla discarica. Lì vive in mezzo alla gente e con le persone crea diversi progetti. È tutto raccontato nel libro “Korogocho, alla scuola dei poveri”. L’avevo divorato e sottolineato. Nel libro c’è anche una visione di Dio che sento molto vicina.

Terzo: Sandro Bobba. Volontario della LVIA, una Ong che svolge attività di cooperazione internazionale, prevalentemente nel ramo dell’acqua. Portatori d’acqua. È stato per undici anni il presidente dell’Associazione oltre ad aver vissuto diversi anni in Africa.

Durante le vacanze di Natale ho tirato un filo e ho creato il collegamento ideale: con nel cuore don Daniele, sono stato nei posti di Alex Zanotelli insieme a Sandro Bobba.

Dodici giorni in Kenya per un’esperienza di conoscenza e condivisione; attorno a Nairobi per vedere i progetti della LVIA e per mettere i piedi a Korogocho.

D’altronde il mal d’Africa era latente. Sapevo che prima o poi sarebbe ritornato. E così è stato.

(… continua …)



Buon Natale

22 12 2018

Nel recente libro The Game, Alessandro Baricco prova a spiegare cosa è successo negli ultimi quarant’anni da quando l’unico mondo esistente è stato affiancato dall’altro mondo, quello virtuale. Tutti noi sappiamo di cosa sto parlando: internet, i social, gli smartphone, il perenne collegamento con una realtà a lato, fatta da informazioni più o meno vere, dove il concetto di verità non necessita neppure di verifica.

Inutile dire che in questo passaggio epocale dell’umanità mi ci sono ritrovato. D’altronde ho giusto un piede al di là della riga di “quello che c’era prima”. L’ho visto, diciamo. Mi ricordo che nel 1997 (vent’anni fa) nel mio primo lavoro in un comune esisteva un solo PC. Dico: uno solo. A turno veniva utilizzato dai più predisposti al nuovo. Poi, certo, c’erano anche i videoterminali e il relativo disagio per i videoterminalisti (oggi, semmai, il disagio sarebbe se non avessimo un PC…).

Comunque. Leggendo il libro mi sono ritrovato a pensare alle cose di prima. Me ne sono venute in mente tante. La più banale è che tutti eravamo più o meno esperti di ingredienti dei cosmetici. Quando, infatti, si andava in bagno, in assenza di qualcosa di più serio da leggere, lo sguardo cadeva sempre sull’etichetta di uno shampoo o di un detersivo. Lo so che è così, non fate finta di niente…

Una cosa molto più seria, invece, è il fatto del “credito”. Cioè, io mi ricordo che quando i miei genitori mi mandavano a fare la spesa (già questo è strano: i figli facevano la spesa!), potevo dire alla signorina che sarebbero poi passati i miei a pagare. Così, tranquillamente. Nessuno mi ha mai detto niente. Anzi, una volta ho avuto anche un grande insegnamento: ero andato all’edicola e avevo chiesto qualche bustina contenente gli adesivi (qualcuno si ricorda che andavano di moda gli adesivi?) dichiarando solennemente: passa, poi, mio papà. Cosa che ha fatto, ma non ha saldato. È venuto a casa, mi ha fatto prendere su il salvadanaio delle mance e mi ha portato in piazza a concludere l’affare. L’altro giorno ho dovuto pagare addirittura “prima” di comprare qualcosa e così mi è venuto in mente quel tempo lontano.

È sempre difficile trovare il modo di proporre nuovi auguri di Natale. E così ci provo augurando a tutti di tornare per qualche istante al di là della linea di demarcazione per scoprire cosa facevamo senza uno smartphone perennemente a distanza di sicurezza. Così, per riscoprire un po’ le nostre radici.

Buon Natale e Sereno 2019!



Zoom

30 11 2018

Per provare la tenuta del piede mi sono azzardato a studiare percorsi circolari qua e là in Galizia. Dopo le tre giornate in bicicletta ho rallentato la visione delle cose, camminando. Grazie ad un tempo non sempre bellissimo e ad un cielo non sempre cristallino ho imparato due cose.

Se non si è distratti da bellezze più grandi, si vedono quelle più piccole. Funziona così. Una bella giornata, limpida, con il blu e verde luccicanti, già di per sé può bastare alla nostra anima. È talmente tutto bello che non si va in profondo. Se invece non si è “distratti” da una bellezza allargata, lo sguardo si restringe e si scende nel particolare. Allora si scopre la bellezza di un sentiero bagnato, del profumo dell’umido, delle goccioline che scendono sugli occhiali. Uno stagno con tante foglie galleggianti può rappresentare il momento cult di una intera giornata. Come lo può diventare anche scoprire una sola lama di luce attraversare per qualche secondo il cielo. Oppure, riceve attenzione ammirata il duro lavoro di una formica che si prepara all’inverno. Dal grande al piccolo. Ma meraviglia è. E quello che mi accade è voglia di fotografare.

La seconda cosa che il brutto tempo mi ha mostrato è questa: sono capace di resistere tranquillamente facendo niente in una camera di albergo sentendo la pioggia cadere e in compagnia di un buon libro. Riesco a sopportarmi, insomma.



Alla fine del mondo

12 11 2018

Non amo andare in bicicletta. Credo che il camminare sia la dimensione migliore per godersi quello che c’è attorno. Eppure, causa forza maggiore, ho percorso 220 km in mountain bike. Il piede fratturato la scorsa estate mi ha costretto a trovare una soluzione alternativa al cammino. Ecco quindi la soluzione: Santiago de Compostela – Finisterre – Muros – Santiago. Un giro ad anello che segue per la prima parte il famoso “cammino” e poi scende sulla costa per riportarmi dopo tre giorni nella città dove si concludono tutti i vari cammini.

Di fatto ho percorso la parte conclusiva che porta al km 0,000 poco prima del faro di Finisterre. Che dire? Mi sono divertito. Ho fatto tanta fatica, soprattutto per non essere abituato. Ho preso l’acqua e ho passato pomeriggi interi ad asciugare i vestiti negli alberghi. Ho mangiato benissimo. Ho fatto silenzio. Ho ricevuto silenzio. Mi sono ingegnato a trovare soluzioni agli imprevisti. Mi sono guardato attorno. Ho fatto fotografie. Un giretto, insomma. Tutto qua.



Resta la musica

25 10 2018

Giù dai marciapiedi un cuore rotola, lo accarezza solo la musica.

Tanti, avranno riconosciuto la citazione. È la canzone Cigarettes and Coffee di Scialpi. Siamo nel pieno degli anni ottanta, precisamente è il 1984. Io mi ricordo steso sul letto della mia camera gialla che ascoltavo musica con il walkman della Sony. Quelle atmosfere lì, insomma.

Le canzoni per gli adolescenti non sono tutto, ma son tanto. E quindi, quando ieri alla radio è improvvisamente partito il singolo di Scialpi, ho fatto il classico salto nel passato. Come la scena finale di Ratatouille.

E, pensavo anche, che non erano male quelle canzoni. Provate a dire oggi ai nostri adolescenti che un cuore rotola giù dai marciapiedi. Ti rispondono che gli organi del corpo umano estrapolati dal contesto muoiono. Oppure che non sanno cosa sono i marciapiedi, le regole, i confini. Una carezza, poi. Che roba è?! Il contatto più frequente che oggi assomiglia ad una carezza sono le dita che scivolano sullo schermo dello smartphone.

Che fortuna esserci in quegli anni, quando è tutto quel che resta sopra il tavolo di un bar, i video sono spenti nessuno parla più e quando eravamo isole nell’oceano della solitudine e arcipelaghi le città dove l’amore naufraga.