Due ferrate invernali

3 01 2017

Di neve ce n’è solo sulle piste da sci. Quindi, per vivere in modo diverso la montagna tra 2016 e 2017 rimangono i sentieri e le ferrate. Io e Lorenzo (più special guest Mirco) ne abbiamo percorse due con giornate stupende, limpide e calde.

Ferrata Gerardo Sega sul Monte Baldo.

Ferrata Biasin sul Carega.



Fuga dalla nebbia

18 12 2016

L’ultimo viaggio di lavoro prima della pausa natalizia mi ha permesso di scappare per tre giorni dalla nebbia. Era diventata una cosa insopportabile, impossibile da affrontare anche solo per una passeggiata. Avevo freddo tutto il giorno.
Ringrazio, quindi, Alghero, Roma e Civitavecchia per avermi regalato giornate di sole, anche se fredde, ma più che sufficienti a ritemprarmi dal gelo dentro.

Se non hai addosso l’ansia di arrivare ad un appuntamento, perché sai che è impossibile che accada vista la rigida programmazione, è più facile osservare le cose attorno a te con un sorriso. Racconto quindi un piccolo fatto, che ha causato, per la prima volta della mia vita, il dover sentire il mio nome pronunciato dagli speaker di un aeroporto.

Arrivo all’aeroporto di Alghero due ore prima del mio volo. Do un’occhiata allo schermo e capisco che sarà una giornata noiosa: c’è solo un aereo in programma, quello per Roma delle 19.30, Alitalia. Avevo in mano una coincidenza con Verona, che non avrei preso perché, appunto, mi sarei fermato una notte in più a Civitavecchia. Quindi, al check-in, con un minimo di senso civico ho detto alla hostess: “Siccome mi sono cambiati i piani, le dico subito che poi non prenderò la coincidenza, così se c’è richiesta potete dare il mio posto ad un altro”. Apriti cielo! “Ma lo sa che non si può! Io adesso le faccio il check-in, ma guai a lei se mi dice che non prende quel volo. Ecco le sue carte di imbarco! Io non ho sentito nulla”. Continuo, sbalordito e la metto sul piano economico: “No, ma guardi che lo dicevo per voi. Il mio biglietto non è rimborsabile, potete vendere il mio posto ad un altro e così avete il doppio guadagno”. Con lo sguardo cattivo, mi ha invitato ad allontanarmi.
Ed ecco il momento magico, quello in cui nessuno vorrebbe trovarsi in aeroporto pena l’essere affibbiato il solito sfigato. Al bancone dell’imbarco arrivano chiare le parole: “Il signor Gianluca Bertagna è pregato di contattare l’imbarco immediatamente”. Ero già in fila, passo davanti a tutti e arrivo all’hostess di prima: “Allora, ha deciso se poi va a Verona?”. “Le ho già detto di no, mi fermo a Roma”. “Vede che non capisce: lei non deve dire che non prenderà quel volo!”. Ammutolito torno in fila, in fondo ovviamente, all’ultimo posto.
L’imbarco inizia alle 19.25. Ci vuol poco a capire che saremo in ritardo. Infatti, il capitano direttamente informa che “a causa del numero di bagagli da imbarcare, ci sono 35 minuti di posticipo sulla partenza”. Ormai sono al sorriso malizioso: questi qua non vogliono i soldi ed in più sono capaci, con un unico volo in un intero pomeriggio, a fare un ritardo di più di mezzora. Apro il mio libro ed inizio a leggere. Muto, oggi sarei il solito sfigato io.



Il Mannaio

7 12 2016

Era da tante notti che non si vedeva il Mannaio solcare le nostre viuzze e poi, all’improvviso, è ricomparso. Sospeso tra mito e realtà, ha fatto vibrare le nostre case avvisandoci del suo arrivo con i battiti del suo immenso tamburo. Un suono che mi entrava dentro le budella e scuoteva i muri tutt’attorno. Poi si è fermato. E ha iniziato una dolce melodia con il suo oboe. In pochi secondi i bambini si sono affacciati alle finestre e hanno riempito le strade. Immediatamente hanno lasciato i loro giochi moderni, tablet, televisioni, smartphone per vedere incuriositi il Mannaio. Lui, un omone che viene dall’est, indossava un cappotto di pelliccia scusa e la barba lunga nascondeva tutto il volto, rendendo lo sguardo ancora più penetrante. È stato raggiunto da un carretto, trascinato da una donna, la sua compagna. Da un grosso baule sono usciti alcuni giocattoli usati, ma di un altro tempo. I bambini chiedevano cosa fossero, qualche adulto, che nel frattempo aveva circondato il Mannaio per rivivere emozioni antiche, consumava il rito di sempre: acquistare qualche dono per permettere all’omone dell’est di proseguire la sua strada. E in un battibaleno, ancora una volta, il Mannaio se n’è andato, lasciando quel buon sapore di un sogno tutto da rivivere.



Dentro ad un film

26 11 2016

Ogni tanto capita di vivere dentro un film. Si può subito obiettare che tutta la nostra vita è un racconto per immagini e che quindi l’idea di vivere in un film è banale. Io ogni tanto lo faccio, perché mi fa star bene: una seduta terapeutica, insomma. L’ultima volta, ho fatto così.

Con un po’ di anticipo arrivo alla stazione Termini di Roma. Faccio qualche giro guardandomi attorno, pensando al corso da poco terminato, al tramonto in piazza della Repubblica e al fatto che per oggi non entrerò come sempre nella libreria perché ho appena fatto un ordine su internet. Non ho voglia di un gelato e neppure di stare fermo su una panchina (che tanto a Termini non c’è). Con un gesto improvviso e non programmato mi metto le cuffie e faccio partire il lettore del telefono. Arrivano le note di Let’s hurt tonight degli One Republic ed improvvisamente si abbassano le luci in sala e mi trovo in un cortometraggio. Tutto cambia attorno a me. Il contrasto visivo si accende, i volti delle persone acquistano una luce diversa, i miei occhi si riempiono. Perfetti sconosciuti diventano parte di un’unica grande sceneggiatura e capisco tutto, vedo tutto, mi sento l’attore non protagonista di un film inaspettato. Con un po’ di presunzione, mi sembra quasi di percepire la vita nascosta di quell’uomo d’affari, i dubbi esistenziali di quell’adolescente o i malumori del barbone che si sta preparando la cuccetta per notte. Mi accorgo di non stare più camminando, ma, probabilmente, sfilando con mosse rallentate catturate da una cinepresa.

Poi arrivo al binario. Salgo in carrozza. The end.



Obiettivo raggiunto: 20!

4 11 2016

All’inizio non sai mai come finirà. Questa volta è andata nel migliori dei modi: con un amico e in una città bellissima. Mi riferisco alla chiusura dell’obiettivo: “20 regioni in un anno” che avevo già descritto quando ero arrivato alla diciottesima (http://racconti.gianlucabertagna.it/2016/04/diciotto/).

A luglio ho messo i piedi in Val d’Aosta, per cui me ne mancava solo una: la Basilicata. E così, mercoledì 26 ottobre scorso, con l’amico Giuseppe sono andato a “fare la pipì” a Matera. Ovviamente, non è successo niente: nessuna luce dal cielo, nessun comitato di accoglienza al confine, nessun infarto al cuore. D’altronde era una “sfida” davvero ridicola a pensarci. Ma tant’è.

La chiusura del cerchio è avvenuta in una città bellissima, stupenda, incantevole. Abbiamo passeggiato tra i sassi e tra le vie lassù in alto, per poi cenare alla grande in un ristorantino locale.

Mi rimarrà, quindi, nella memoria questa scommessa e mi rimarranno impressi i volti delle persone, spaesati, quando provavo a raccontare quello che stavo facendo. La reazione migliore e più frequente, quando dicevo che avrei messo i piedi nelle venti regioni, è stata: “Ma perché a questo punto non le fai tutte e ventuno?!”. Io l’avrei anche fatto… ma… la ventunesima proprio non lo trovata! 😀



Il Trekking, l’Appennino e il Pastore

22 10 2016

Il weekend scorso sono stato con l’amico Silvio a fare due giornate di trekking sull’Appennino con giri ad anello partendo da Borgo a Tossignano. Gli aspetti logistici e naturalistici sono stati raccontati da lui sul suo blog: http://www.silviobau.it/2016/10/21/insolito-trekking/. Io, raccolgo un pensiero che mi è passato per la testa.

Ad un certo punto del cammino, passiamo da una malga e il pastore (meglio dire: produttore di formaggio), con fare minaccioso, ci squadra dicendo: “E adesso dove credete di andare senza bastone in mano? Ho appena mandato al pascolo le mie pecore da sole, accompagnate dai cani maremmani. Sappiate che vi abbaieranno contro. Voi camminate piano e lenti”. In pochi secondi diventiamo suoi amici. Ci racconta la sua vita, insulta il comune e tutta la pubblica amministrazione, i politici, il mondo intero e ci chiede: “Voi che lavoro fate?”. Risponde Silvio: “…computer” (è noto che nessuno sa che lavoro fa Silvio, peraltro).

Il pastore, inevitabilmente, inizia la sua invettiva contro il mondo moderno, il fatto che si corra dappertutto, il fatto che la gente trovi tutti gli strumenti possibili (computer) per delegare il proprio lavoro invece che farlo direttamente. Arriviamo al limite massimo giornaliero di sopportazione delle ovvie banalità e cerchiamo disperatamente il modo di ripartire. Ma lui è in grado di aggrapparsi a qualsiasi cosa per continuare il discorso.

Quando, finalmente, riprendiamo la via, incappiamo, si sapeva, nel gregge. I bellissimi cagnoloni si avvicinano con fare minaccioso. Lascio la linea di difesa a Silvio e mi riparo alle sue spalle. E penso: “Ma guarda un po’ quello là! Tutto a predicare e invece di essere qui con le sue pecore, ha delegato ai cani il suo lavoro. Non ci sono più i computer di una volta”.



Quattro passi in Sardegna

23 09 2016

La Regione Sardegna mi ha chiesto di svolgere alcune giornate formative sulle unione dei comuni. E così, per quattro giorni, ho girovagato per l’isola. I corsi si sono svolti ogni giorno, in un diverso capoluogo di provincia storico: Cagliari, Nuoro, Sassari e Oristano.

Ho ancora addosso il profumo e il sapore di ore molto piacevoli, fatte soprattutto di incontri e strette di mano con le persone che mi hanno offerto un’accoglienza indimenticabile. Ringrazio, davvero, tutti, dai dipendenti della regione (gli ottimi organizzatori) a tutti quelli che con un po’ di coraggio mi si sono avvicinati per farmi qualche domanda o semplicemente per conoscermi un po’ di più. Ed è sempre bello ritrovare quei volti che ho già incontrato in altre occasioni, un sorriso che chiede: “come stai?” è un abbraccio che si rigenera di volta in volta.

Al ritorno, mi hanno chiesto: sei andato al mare? No, l’ho visto solo dall’aereo. L’occasione è stata troppo ghiotta per non lasciarmi sfuggire due passi nelle città, nelle quali non avevo mai camminato.

Cagliari. È la base dei voli. Questa volta è per lo più logistica. Non c’è tempo. Vivo solo l’aeroporto e il terminal del noleggio. Attendo un’ora la macchina. Un po’ troppo. Ma la gentilezza del tipo al banco cancella la stanchezza.

Nuoro. Mi sono trovato molto bene. Innanzitutto al Bed and Breakfast Majore, in centro, in una vecchia casa, in un appartamento solo per me, nel silenzio totale di una piazzetta nascosta. Ma anche passeggiando nella via pedonale, con una bellissima libreria nella cui vetrina sono esposti i libri di Grazia Deledda. Cena fantastica al ristorante Il rifugio. Passeggiare lentamente tra i tavoli dei bar, sulle strade e nelle piazze.

Sassari. Ecco, a Sassari non ci sono stato, perché qualche anno fa avevo fatto un corso per la provincia e quindi ne avevo già fatto la conoscenza. Ho quindi dormito vicino a Porto Torres e, senza vedere il mare, sono andato a fare una corsetta nella pineta di Platamona. Piacevolissimo. Ottima cena al ristorante San Gavino.

Oristano. Sono arrivato verso le sette della sera prima ed ho alloggiato al Bed and Breakfast Notte di Luna (la colazione sarà indimenticabile). Trovo la finestra della camera aperta. Sono in centro eppure… c’è un silenzio unico. Mi lascio cadere sul letto ad ascoltarlo mentre entra lentamente e avvolge tutto. Poi esco, faccio due passi, e sorrido, piacevolmente, di fronte a vetrine di altri tempi a fianco a negozi moderni. Penso che mi piacerebbe che fosse sempre così, che quei negozietti di artigianato, cianfrusaglie, oggetti inutili non chiudessero mai o non cedessero mai all’idea di novità.

Poche righe, poche parole, ma tante emozioni dentro. Grazie, Sardegna.