Ad occhi chiusi

13 08 2016

La storia del supereroe cieco che combatte e vince contro tutti i cattivi mi ha sempre affascinato. Sarà per questo che spesso, mentre cammino o corro, chiudo gli occhi per vedere se riesco ad andare “dritto”. Prima che la razionalità mi prenda del tutto e non faccia altro che ribadirmi che sono un imbecille racconto questa storia fatta di sentieri di montagna, muretti, sfide e di fiducia nell’altro.
Oddio, potrei anche barare riassumendo il tutto in questo modo: stavo cercando un pokemon millenario. Mi farebbe di certo più onore, ma non è esattamente la verità.

È un anno bisestile. Come quello di quattro anni fa quando mi sono rotto i legamenti al ginocchio destro o come quello di otto anni fa quando mi sono rifatto quelli al ginocchio sinistro. Per ora era andato tutto abbastanza bene, se non un fastidioso strappo al polpaccio che mi ha impedito di fare movimento per oltre due mesi.

Durante il campo scuola, dopo un sentiero, mi trovo davanti una strada con un muretto ai lati che dà sugli orti della Val di Gresta. Il richiamo al mito del supereroe è immediato: camminare sul muretto ad occhi chiusi per qualche decina di metri senza cadere. Come ogni storia è però necessario un testimone. Accanto a me c’è un ragazzino del campo, non proprio il più sveglio a dire il vero, e gli dico: “Io adesso inizio a camminare ad occhi chiusi sul muretto se tu vedi che sto per cadere avvisami”. Inizio tranquillamente, faccio un po’ di passi e poi sento: “Attento!” Apro gli occhi ma è troppo tardi, sono già con un piede nel vuoto e con il peso che sta cadendo nei tre metri di spazio che mi separa dalla terra. Finisco in mezzo alle spine e, come più volte ho visto fare nei fumetti e nei film, cerco di evitare l’impatto sulle gambe mettendomi di lato e cadendo sul fianco. La manovra non esce benissimo, sento un crack e faccio fatica ad alzarmi. La spalla, e tutto quello che c’è lì attorno, è molto dolorante. Dopo pochi minuti mi accorgo che non riesco neppure ad alzarla oltre il livello della pancia. Con eleganza, inizio ad insultarmi ferocemente. Poco dopo mi ritrovo sulla via del pronto soccorso e dopo tre ore di attesa arrivano i risultati: una frattura sulla scapola e l’invito a ritornare all’indomani per sistemare tutto insieme all’ortopedico in sala gessi.

Ecco. Da questo punto inizia la storia del l’idiota ingessato che impara a fare le cose con la mano sinistra. Ma è molto noiosa.



Il controllo del vicinato

5 08 2016

In alcune zone del mio paese sono comparsi dei cartelli che indicano che si sta entrando in una zona di controllo del vicinato. In poche parole, gli abitanti di una determinata area, fanno squadra per comunicare attraverso i social (facebook, whatsapp, twitter, ecc.) la presenza di situazioni a rischio per la sicurezza pubblica.

Faccio due esempi. Oggi, alle 11.37 è arrivata la segnalazione (con foto) di un motorino lasciato fermo a 15 metri dalla casa di un partecipante. “Di chi è? Perché è lì fermo? Perché è stato abbandonato?”. Alle 11.41 (quattro minuti dopo) arriva la rettifica: “E’ arrivato il proprietario, lo conosco, era rimasto a piedi con la moto”. Ieri, invece, si discuteva di due persone, maschio e femmina, che, camminando fianco a fianco in una via, si fermavano di tanto in tanto a guardare le case. Probabilmente due ragazzi che stavano fantasticando sulla casa dei loro sogni (chi non l’ha fatto?).

A me sembra che proprio non ci siamo. La paura, mi pare, che faccia brutti scherzi. Non giudico e non critico, ognuno ha la propria storia ed esperienza. Quello che mi dà fastidio è l’approccio alla questione, quel partire già prevenuti nei confronti di quello che sta fuori dalla propria casa. Pensare che ci possa essere sempre qualcosa di pericoloso in quello che è oltre alle nostre quattro mura. Costruire dei castelli di paura (e di prevenzione) dove ci sono semplicemente fatti di normale vita quotidiana.

Io voglio uscire per strada e continuare a guardare l’altro prima di tutto con occhi di fiducia e questa iniziativa non aiuta, anzi, ci costringe alla diffidenza e alla ulteriore chiusura dentro casa. Forse la soluzione sarebbe diversa: uscire noi nelle strade per riappropriarci del nostro territorio, con i sorrisi e i giochi, i “buongiorno” e i “come stai”. Ma è meno impegnativo chiudersi dentro, nascondersi dietro ad una finestra, guardare il mondo con diffidenza. E mandare un whatsapp.



La finale

24 07 2016

Se sei in Francia durante il campionato Europeo di calcio che si svolge in Francia, le partite diventano, inevitabilmente, parte del viaggio. Tre ricordi.

1. Italia-Germania. Scendiamo di corsa dalla Torre Eiffel per raggiungere il campeggio. Ci attende una sala stracolma di tedeschi. Ci sediamo e riusciamo persino ad ordinare qualcosa da mangiare. Durante la partita è un susseguirsi di sussulti. Riceviamo qualche sorrisetto, di quelli che si stampano in faccia quando si guarda con un po’ di curiosità una strana minoranza. Eh si, siamo noi. Italiani. Gli unici presenti. Domanda di un figlio: “Papà, per sopravvivere, è meglio se perdiamo o vinciamo?”. Perdiamo ai rigori. La mattina dopo troviamo il perimetro della piazzola contornato da bandiere tedesche. Alcuni ragazzi ridono e scherzano. Scappiamo. Vivi.

2. Francia-Germania. La Germania, dopo averci battuto, incontra i padroni di casa. Noi, cosa facciamo durante il primo tempo? Ce ne giriamo soli soletti per Le Mont-Saint-Michel. Non c’è nessuno. Al massimo dieci persone. Tanti locali sono chiusi. Rimaniamo incantati dal posto, che tanti amici ci dicevano essere troppo commerciale per essere definito “bello”. Ed invece, grazie al calcio in televisione, è bellissimo. Atmosfera unica, mentre la marea lentamente sale regalando emozioni uniche. Imprecazione di un figlio: “Papà. Tutto bello sì, ma il secondo tempo me lo fai vedere, neh?”. E così, ci imbuchiamo in un pub per vedere la Francia battere abbastanza tranquillamente la Germania. Ancora mi sto chiedendo per chi stavo facendo il tifo. Durissima.

3. Francia-Portogallo, la finale. Per quella cosa strana che mi sento addosso di dover tenere per quelli che non hanno vinto niente o poco, tifo Portogallo. Sottovoce però. Il campeggio ha allestito un mega tendone con il maxi-schermo. E’ tutto blu, bianco e rosso. Un bell’effetto. Noi scegliamo il più intimo bar e fingiamo di essere capitati lì per caso a cena. Ci guardiamo la partita. Curioso il modo di urlare dei francesi: un “oh” ad ogni azione. Pian piano sale la tensione. Al gol del Portogallo, una ragazza esulta e balla. Nel silenzio totale. Quasi imbarazzante. Ancora silenzio, nei pochi minuti fino al fischio finale. Poi le braccia e la voce che si arrendono alla sconfitta. Qualche lacrima. Perdere in casa la finale, fa male. Osservazione di un figlio: “Papà, guarda. Qualcuno è andato ad abbracciare la ragazza portoghese. Non è bello?”. Si, ricordatevi di tutto questo.



Caro Guido

25 06 2016

Scrivo a te che sei stato per tanti anni il mio migliore amico e il capitano della squadra di calcio. All’improvviso mi è capitata tra le mani questa fotografia. Te la ricordi? Eravamo alle finali dei Giochi della Gioventù. C’era il maestro Bodini che ci faceva da allenatore e poi, li vedi, tutti i nostri compagni: Massimo, Daniele, Corrado, Walter, Massimo. E anche tutto il gruppo a tifare per noi. Momenti indimenticabili.

Quella è stata la I giochi della gioventùmia ultima partita da portiere. Ancora oggi ho addosso la sensazione tremenda di essere stato io il principale artefice della nostra sconfitta. Ho in mente due gol, presi in maniera assurda. Il primo, con il pallone che è rimbalzato su un ciuffo d’erba e mi ha tradito con una direzione strana, ma di certo non imprendibile. Il secondo, sul quale non mi sono mosso di un centimetro su un tiro banale. E così, ho capito che fare il portiere non era la mia strada, c’era da metterci troppo istinto e meno programmazione. Da lì, quindi, sono passato a centrocampista, poi libero (eh, che bello quando c’era il libero) e infine qualcosa di simile ad una mezz’ala. Senza grande successo, ma senza altri gol sul groppone da farsi perdonare. Quindi, ancora scusa, per quella mancata finale.

Non so se te l’ho mai detto, ma poi in finale ai Giochi della Gioventù ci sono andato ancora. Il maestro Rinaldo, siccome sapeva che allenavo gli esordienti, mi ha chiesto se lo aiutavo con i ragazzi classe 1982, forse una delle più forti del nostro paese. E in finale ci siamo arrivati veramente. Ma, ancora una volta, abbiamo perso.

Ecco. Ricordi improvvisi, che oggi volevo condividere con te. Ciao.

 



Da 12.000 a 120

2 06 2016

Nel giro di cinque giorni sono stato a due concerti. Il primo, al Forum di Assago, dei Muse. Ho comprato i biglietti più o meno dieci mesi fa. Le loro canzoni mi mettono addosso una bella carica, qualche brivido da pelle d’oca, qualche emozione da testa che se ne va a spasso senza meta. E così, dopo anni, ho desiderato vederli dal vivo. Spettacolo molto coinvolgente, di quelli che mescolano nel modo migliore musica e scenografia. Quindi, mi sono molto piaciuti, ma una cosa la devo dire: ho avuto l’impressione che fosse una specie di “compitino”, svolto tremendamente bene, ma tra le righe di un quaderno ben organizzato.

La seconda esperienza musicale è stata qua, nel mio paese. Omar Pedrini ha tenuto un concerto acustico molto intimo e semplice. Ha ripercorso le sue canzoni più famose, spiegandole, prima, una per una. Mi è piaciuto, soprattutto quando ha riproposto alcune canzone dei Timoria, gruppo che ho amato tanto da conoscere tutto a memoria. Dalla band è uscito (o è stato cacciato fuori?) Renga e poi c’è stata la diaspora. La mente, sicuramente era Omar, che ha continuato, a suo modo, a vivere il mondo della musica. Incontrarlo, è stato quindi particolarmente piacevole in un’atmosfera molto lontana dalla confusione.

Da 12.000 a 120 spettatori in pochi giorni. Ma i brividi, non sentono queste differenze.



Due passi sul Vallo di Adriano

21 05 2016

Racconto, con qualche fotografia, un’esperienza bellissima di cammino con i miei amici Silvio e Marco.

Le parole, le lascio a Silvio, che con un po’ di ironia ha spiegato meglio l’avventura.

Uomini forty – Il Vallum



Diciotto

29 04 2016

A ciascuno le sue sfide. A volte c’è bisogno di una ricorrenza. Oppure si arriva ad una certa età e si vuole festeggiare con qualche scommessa di valore. A volte gli obiettivi sono sportivi, altre volte professionali, altre volte molto intimi. In alcuni casi le chiamiamo “gare”. Difficile incasellare l’istinto che ci porta a fare qualcosa di strano. E così, nel 2016, ho deciso che metterò i piedi in ogni regione di Italia. Niente di speciale, ma a pensarci non è poi così scontato. Si, certo. Basterebbe prendersi due o tre giorni e partire in auto o in treno. Infatti, l’ho detto, che non è nulla di che. Però lo faccio.

L’istinto alla pazzia è nato sul traghetto da Reggio Calabria a Messina (due regioni in un colpo solo!). Siccome ad inizio anno già partivo con un territorio così distante da casa mia, ho pensato che avrei potuto farcela. E così, oggi giovedì 21 aprile 2016, ho messo il piede nella diciottesima regione su venti: il Molise.

Ieri, sono stato a fare un corso a Lanciano (Abruzzo, diciassettesima) e domani a Santa Maria di Leuca (in Puglia c’ero già stato, non vale). Ho preso il treno a Pescara, sono sceso un’oretta a Termoli; ho visitato il bel centro storico della cittadina del Molise, ho messo la bandierina e ho preso il treno successivo.

Cosa manca? Basilicata e Val d’Aosta. Ma ci sono più di otto mesi davanti… Mi affascina però anche pensare di arrivare a diciannove e lasciar perdere. Chissà.