Spammando

21 04 2018

Sono indeciso se comprarmi un k-way con lo sconto del 75% oppure un cruscotto per la nuova macchina. Ci sono però quelle 100 capsule di caffè compatibili a 12 euro che mi stuzzicano non poco. Non male anche le nuove collezioni primavera-estate da 4,99 euro. Ovviamente, poi, non mancano mai le offerte per l’ADSL: ne arrivano da tutti i gestori. C’è anche una mega proposta in russo, ma davvero non capisco la lingua. In compenso, oggi, mancano le offerte delle signorine sconosciute: “ciao, vuoi passare del tempo con me?”.

Tutto questo è la meraviglia dei 35 messaggi contenuti nella cartella “spam” dopo tre giorni di mancata lettura. Tra l’altro ho scoperto che devo aver bisogno di una zanzariera, perché mi è arrivato il preventivo. Ma anche di una nuova polizza auto: prezzo proposto 188 euro. C’è la proposta di trasformare la mia vasca da bagno in una doccia. Ci penso.

Devo poi ricordarmi di far causa alla mia Asl sulla riservatezza del mio stato di salute, perché mi è arrivato l’invito a: visita gratuita dall’ottico della mia città, testare le nuove lenti a contatto giornaliere, provare gratuitamente per 30 giorni l’apparecchio per l’udito.

Gentilmente, mi sottopongono anche le varie possibilità per finanziare i miei acquisti. Valutazione gratuita della mia macchina con acquisto in contanti. Fare soldi con le criptovalute (questo mi è arrivato cinque volte, sarà importante). Accettare la cessione del quinto dello stipendio. Imparare a fare trading on line. La migliore però rimane quella di diventare assistente per l’infanzia per avere un reddito fisso, anche se ho già cliccato sul tutorial di chi mi ha avvisato che la somma di 19.110,33 euro è stata depositata sul mio conto.

Alcuni capiscono che ho bisogno di vacanze e quindi mi offrono o crociere o soggiorni meravigliosi in hotel cinque stelle.

Alla fine arriva pure lo psicologo che mi invita a scoprire la mia personalità con un test.

Beato spam.



La grigliata

8 04 2018

Ho appena concluso una telefonata con il mio amico Guglielmo. Siccome erano da poco passate le 3 del pomeriggio, scherzando, gli ho chiesto se per caso fosse a letto a fare un riposino. La sua risposta è stata perentoria: “Ma cosa stai dicendo sono su una griglia!”.

Sempre scherzando mi sono permesso di ironizzare sugli orari di pranzo che sono usuali nelle regioni del sud e quindi gli ho ribattuto: “Ma scusa alle 3 del pomeriggio vi mettete a mangiare?! Oppure stai preparando per questa sera?”.

La sua risposta: “Veramente stavo a parlare della griglia della trasparenza…”.

Mi sa che ho bisogno di staccare un po’ la spina, anzi, di una grigliata.

Risultati immagini per faccina che piange



Le assunzioni nel 2037

11 03 2018

Qualche settimana fa mi è capitato di tenere il corso più difficile della storia. Appena arrivato alla sede dell’hotel e aver visto la locandina all’ingresso della sala, ho capito che sarebbe stata una giornata in salita. La programmazione “triennale” dei piani dei fabbisogni avrebbe assunto un drastico allungamento: avrei dovuto spiegare le assunzioni e la gestione del salario accessorio nel 2037.

Locandina corsoChe sarebbe come a dire che il legislatore, da adesso in poi, non modifica più le percentuali del turn-over… ma chi ci crede!

Tra l’altro, non è servita neppure la sfera di cristallo: al momento attuale l’art. 3 del d.l. 90/2014 afferma che “a decorrere” dal 2018 la percentuale è del 100% della spesa dei cessati nell’anno precedente. Quindi, io, la risposta ce l’avrei anche: nel 2037 potremo sostituire interamente i cessati.

Dopo il CCNL, che ha confermato i limiti del d.lgs. 75/2017, potrei anche immaginare il tetto del trattamento accessorio, ma preferisco soprassedere per non rischiare di presagire il peggio.

E questo è quanto. Ma che non si dica mai più che la pubblica amministrazione non sa programmare…



Silvia

3 02 2018

Questa è una storia di impegno e sacrificio, ma anche superficialità e imbarazzo. Silvia Bertagna – che è mia cugina altrimenti non saprei nulla di tutto questo – avrebbe potuto partecipare nuovamente alle olimpiadi invernali, ma qualcosa è andato storto.

Si è fatta male. Due volte dopo Sochi di quattro anni fa. Due interventi al ginocchio e due riabilitazioni andate a buon fine, tanto da riportarla sulle piste da sci. A Silvia Bertagnafare salti, ovviamente, la sua specialità. Per cercare di recuperare il tempo e i punti in classifica si è data da fare, anche i salti mortali, molto simili alla sua specialità. Due settimane fa, negli Stati Uniti si è giocata tutto: o dentro o fuori. Alle olimpiadi vanno le prime ventiquattro. Ma niente da fare: è arrivata al numero 26. Senza gli incidenti, ora sarebbe a Pyeongchang.

Passano due giorni e due atlete si ritirano. Quindi, lei avrebbe il posto. Solo che… la FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) non opziona il posto. Non si sa se per disattenzione, dimenticanza o bieco calcolo economico (un’atleta ha pur sempre un costo). E così, Silvia, starà a casa. Non basta la qualificazione sulla pista, serve qualcosa in più, che nel caso specifico non è arrivato.

Ho parlato con mio zio. Era incazzato. A modo suo, senza urlare, ma dicendo. “In Italia funziona così. Burocrazia, soldi e tutti che pensano solo al calcio”.

Chiaro: non è nulla di fronte allo sfogo di un padre a cui uccidono un figlio o una figlia. E’ solo una storia.

 

 



Il vento

19 01 2018

Nello stesso momento in cui veniva danneggiato un parco giochi a Nuoro e crollava un palo della luce a Carbonia, l’aereo su cui stavo volando cercava per la terza volta di atterrare all’aeroporto di Olbia. In circa 45 minuti ho imparato tre cose: la forza del vento, la solidità di un aereo e a cosa servono le cinture di sicurezza.

Che non fosse un volo normale l’avevo capito avvicinandomi alla Sardegna. Invece del solito mare blu che diventa turchese verso le spiagge mi sono ritrovato a scrutare un unico sfondo bianco. Le onde, si scontravano e cancellavano in un solo attimo quell’idea di mare tanto caro. Ma io volavo, mica ero su una nave dirottata in porti più calmi. Mi sentivo, in altre parole, molto più al sicuro.

Quando l’aereo ha però iniziato la sua discesa lasciandosi Tavolara alla sinistra e il Golfo degli Aranci a destra, il vento ha iniziato a farci ballare. La sensazione era quella delle montagne russe, solo che, anziché durare i cinque secondi della caduta dal punto più alto, qua c’erano sbalzi continui che solo le cinture riuscivano a contenere il fisico. L’anima e la mente, avevano già abbandonato il loro luogo per appisolarsi da qualche parte. E la sensazione è stata proprio questa: perdita di consapevolezza. Tutto veniva rallentato e mi piombavano addosso i pensieri di qualche secondo prima. Il tempo non era più lineare, ma casuale.

La pista, però era lì vicina e presto avremmo messo i piedi a terra. Non fosse che, quando mi sono trovato l’asfalto a quasi cinque metri dal finestrino, l’aereo, anziché scendere, è ripartito a razzo, con un rumore di motori imbarazzante. La prua ha puntato in alto e in poco più di dieci secondi vedevo nuovamente le case di Olbia come piccole formiche. Il comandante non se l’era sentita di portarci a terra.

Rifacciamo un giro e poi via, ci incanaliamo nuovamente per un nuovo tentativo che viene presto abbandonato. Il cervello fa strani pensieri a questo punto, compreso quello, banale, me ne rendo conto, di ritenere che ai piloti della Meridiana diano una scheda punti se i voli hanno più consumo di carburante. Ma appunto, non ero molto in grado di intendere e volere.

“Signori e signore è il comandante che vi parla. Come avete visto abbiamo provato ad atterrare ma non ci sono le condizioni per farlo. Proverò tra cinque minuti ancora e sarà l’ultima volta. Se non ci riesco vi porto a Cagliari”. Boato. Giuro, qua è scattato il boato. La gente contenta di andare a Cagliari, anche se lì sotto c’erano i parenti e gli amici ad attenderli. Vivi, però. Quindi, meglio un baratto di oltre tre ore di viaggio in autobus che un errore di atterraggio.

Io l’avevo già data persa. Avrei chiamato gli amici del Comune di Olbia e avrei rimandato il corso ad altra data. E già mi vedevo a fare una corsetta sul lungo mare del Poetto di Cagliari. Ed, invece, il comandante è sceso, si è avvicinato e quando ho visto la pista, stavolta, ha posato le ruote a terra. Applausi per cinque minuti, urli, felicità. Finora ero stato calmo. Non avevo paura, davvero. Mi sentivo tranquillo. Avevo metabolizzato che non c’era niente che potessi fare e che, forse, anche l’autista voleva sopravvivere. Quindi ero in buone mani. Sì, certo. Come tutti avevo rischiato di vomitare più volte, ma mai nel dubbio di non sopravvivere. Però… sì, appena l’aereo si è fermato e il motore si è spento le gambe hanno iniziato a tremare. Dopo, non durante. E avevo addosso un unico desiderio. Quello di mettere i piedi per terra, camminare un po’. Chiedevo solo questo: fare due passi.

Poi li ho fatti. Sono andato al noleggio auto e ho sbagliato per due volte il codice pin della carta di credito. Ho chiamato il “time” ed ho atteso che il mio cervello tornasse a casa. Poi ho sbrigato le pratiche. E con calma è tornata anche l’anima.



Il lampo di genio

30 12 2017

Delle frasi dei figli, più di tutto mi colpisce la genialità. Certo, anche le battute simpatiche fanno sorridere, ma quello che più mi fa riflettere è quel lampo di genio che passa nella loro testa senza peraltro che se ne accorgano. Un’idea pulita, insomma. Lontana da conseguenze o ragionamenti razionali. Così come viene, la buttano fuori. Ne metto tre, una per ciascuno.

 

– Secondo me, figlio mio, quando sarai grande, sputtanerai tutti i tuoi soldi nelle scommesse!

– Scommetti di no?

 

– Papà, qua vogliono sapere se “sedia” è un nome composto. Si o no?

– Boh, te cosa dici?

– Per me sì

– Ah, sì? E composto da cosa?

– Dal legno.

 

– Papà, ho una domanda.

– Dimmi

– Ma se un cane entra nel laboratorio di un paleontologo, sono guai?

 

 



Mazinga Z Infinity

5 11 2017

A vedere Mazinga Z Infinity al cinema eravamo in dieci. Mio figlio, di otto anni e altri nove di un’età (in)definita dai 45 ai 55 anni. Il fuori luogo, ovviamente, era il piccolo Paolo. Sgomberiamo ogni dubbio: questo film è per nostalgici e fa leva su quella sensazione diffusa per la quale l’uomo (umanità), ogni tanto vuole provare a rivivere quello che ha vissuto da bambino: che sia un cibo, un panorama, un viaggio o un cartone animato non conta. Tornare indietro nel tempo è uno sport che di tanto in tanto viene praticato. Io penso, che quando porta con sé emozioni positive, debba essere praticato. Allora, la domanda è: cosa ci faceva lì in mezzo alla folla retrò mio figlio di otto anni? Niente, mi spiegava i dettagli tecnici di Mazinga in quanto grande esperto dopo aver visionato tutte le puntate dai cinque ai sei anni. “Colpa” mia o di mio padre, ma si è divorato tutta la serie.infi

Veniamo agli appunti. Mazinga non era il mio robot preferito. Amavo di più Goldrake. Tra i vari pensieri di ieri, durante la proiezione, c’era la riflessione sul desiderio che avevo, da piccolo, di vedere le trasformazioni, cioè quelle fasi in cui i robot si compongono. Più erano complicate e più stavo incollato allo schermo aspettando che lo rifacessero. Quella di Daitarn 3 era fenomenale, ma anche Jeeg non scherzava; Actarus che si gettava per la botola per andare a pilotare Goldrake l’avrò imitato all’infinito. Allora, ieri, pensavo che per volare ci bastava poco. Occhi incantati su questi meccanismi che al giorno d’oggi sembrano scontati, ovvi, superati. Ma per noi erano sogni.

Andava apprezzato anche un altro aspetto di queste serie: la capacità di delineare i personaggi cattivi. Ci veniva spiegato perchè volevano conquistare la terra, quali erano i loro credo, cosa avrebbero fatto dopo, mettendo in luce anche aspetti negativi e contrastanti.

E poi, ieri, finalmente, ho visto realizzarsi una cosa che non mi ero mai spiegato. Cioè: perché i mostri nemici, anziché attaccare tutti insieme a fine mese, attaccavano i nostri beniamini una puntata alla volta? Sarebbe bastato aspettare un po’ per sferzare un epico attacco e distruggere la terra. E invece no, si ostinavo a fare un assalto a puntata. Ci credo che poi perdevano.

In Mazinga Z Infinity, invece, accade davvero quello che ho sempre desiderato: uno contro tutti. E indovinate: vince Mazinga lo stesso! con commento finale di mio figlio: “Che burdel che l’ha fat ső!” (che casino che ha fatto!).