Zoom

30 11 2018

Per provare la tenuta del piede mi sono azzardato a studiare percorsi circolari qua e là in Galizia. Dopo le tre giornate in bicicletta ho rallentato la visione delle cose, camminando. Grazie ad un tempo non sempre bellissimo e ad un cielo non sempre cristallino ho imparato due cose.

Se non si è distratti da bellezze più grandi, si vedono quelle più piccole. Funziona così. Una bella giornata, limpida, con il blu e verde luccicanti, già di per sé può bastare alla nostra anima. È talmente tutto bello che non si va in profondo. Se invece non si è “distratti” da una bellezza allargata, lo sguardo si restringe e si scende nel particolare. Allora si scopre la bellezza di un sentiero bagnato, del profumo dell’umido, delle goccioline che scendono sugli occhiali. Uno stagno con tante foglie galleggianti può rappresentare il momento cult di una intera giornata. Come lo può diventare anche scoprire una sola lama di luce attraversare per qualche secondo il cielo. Oppure, riceve attenzione ammirata il duro lavoro di una formica che si prepara all’inverno. Dal grande al piccolo. Ma meraviglia è. E quello che mi accade è voglia di fotografare.

La seconda cosa che il brutto tempo mi ha mostrato è questa: sono capace di resistere tranquillamente facendo niente in una camera di albergo sentendo la pioggia cadere e in compagnia di un buon libro. Riesco a sopportarmi, insomma.



Alla fine del mondo

12 11 2018

Non amo andare in bicicletta. Credo che il camminare sia la dimensione migliore per godersi quello che c’è attorno. Eppure, causa forza maggiore, ho percorso 220 km in mountain bike. Il piede fratturato la scorsa estate mi ha costretto a trovare una soluzione alternativa al cammino. Ecco quindi la soluzione: Santiago de Compostela – Finisterre – Muros – Santiago. Un giro ad anello che segue per la prima parte il famoso “cammino” e poi scende sulla costa per riportarmi dopo tre giorni nella città dove si concludono tutti i vari cammini.

Di fatto ho percorso la parte conclusiva che porta al km 0,000 poco prima del faro di Finisterre. Che dire? Mi sono divertito. Ho fatto tanta fatica, soprattutto per non essere abituato. Ho preso l’acqua e ho passato pomeriggi interi ad asciugare i vestiti negli alberghi. Ho mangiato benissimo. Ho fatto silenzio. Ho ricevuto silenzio. Mi sono ingegnato a trovare soluzioni agli imprevisti. Mi sono guardato attorno. Ho fatto fotografie. Un giretto, insomma. Tutto qua.



Resta la musica

25 10 2018

Giù dai marciapiedi un cuore rotola, lo accarezza solo la musica.

Tanti, avranno riconosciuto la citazione. È la canzone Cigarettes and Coffee di Scialpi. Siamo nel pieno degli anni ottanta, precisamente è il 1984. Io mi ricordo steso sul letto della mia camera gialla che ascoltavo musica con il walkman della Sony. Quelle atmosfere lì, insomma.

Le canzoni per gli adolescenti non sono tutto, ma son tanto. E quindi, quando ieri alla radio è improvvisamente partito il singolo di Scialpi, ho fatto il classico salto nel passato. Come la scena finale di Ratatouille.

E, pensavo anche, che non erano male quelle canzoni. Provate a dire oggi ai nostri adolescenti che un cuore rotola giù dai marciapiedi. Ti rispondono che gli organi del corpo umano estrapolati dal contesto muoiono. Oppure che non sanno cosa sono i marciapiedi, le regole, i confini. Una carezza, poi. Che roba è?! Il contatto più frequente che oggi assomiglia ad una carezza sono le dita che scivolano sullo schermo dello smartphone.

Che fortuna esserci in quegli anni, quando è tutto quel che resta sopra il tavolo di un bar, i video sono spenti nessuno parla più e quando eravamo isole nell’oceano della solitudine e arcipelaghi le città dove l’amore naufraga.



La porta

20 09 2018

Qualche giorno fa mi hanno girato questo video. È uno dei tanti in cui si mostrano errori clamorosi di valutazione umana che portano a incidenti o sorprese. Più lo vedo e più penso che le immagini nascondano di più di un imbranato che si schianta contro un palo. Mi pare che ci siano due o tre elementi fondamentali dell’esistenza.

Intanto, nella vita si incontrano tante porte. Alcune si aprono facilmente, altre no. Alcune sappiamo come funzionano, altre no. Ma di porte ce ne sono tante e prima o poi ci tocca affrontarle. A questo punto subentra il nostro carattere: timidezza, decisione, intelligenza, ragionamento, improvvisazione, razionalità. C’è chi suona sempre il citofono, c’è chi bussa, c’è chi entra a piedi scalzi e c’è chi, come nell’esempio, entra con convinzione, certezza assoluta. Dal video, capiamo, che non sempre è la strategia migliore. Troppa sicurezza non porta sempre all’efficacia.

Si apprende anche che, sempre nella vita, non siamo da soli. Guardate quell’attimo in cui prima di entrare, il protagonista si gira per assicurarsi che ci sia il suo compagno. Non si capisce bene se è premuroso (ci sei? Entriamo?) o se sia diffidente (eh no, caro, entro prima io!). Ma comunque sia è sempre un cammino che porta al confronto con gli altri. Tanto più, prima di varcare una nuova soglia.

Un altro insegnamento. Se ci sono due porte che portano nella stessa direzione perché aprirle tutte due? Lì ci stanno tutti i ragionamenti sull’abbondanza. Una è più che sufficiente, il resto è spreco. Vale per il cibo, per il tempo, per il lavoro. Quanto basta per entrare in un edificio? Una porta. E per vivere?

E infine l’avvertimento che non può mancare: in giro ci sono tanti stronzi, che nascondono dei pali qua e là. Occhio a non sbatterci contro.



Questioni di performance

28 08 2018

Oggi fa veramente caldo. D’altronde siamo in estate, alla vigilia di agosto. Per non contribuire con questo Editoriale alla pesantezza della situazione, provo con qualcosa di molto leggero. Non è il problema dei problemi e neppure la risoluzione alla domanda-cult (gli incrementi del CCNL stanno nel limite del trattamento accessorio?). Mi occuperò, banalmente, della pronuncia della parola performance, che è entrata a far parte del nostro mondo pubblico con il d.lgs. 150/2009. A rischio di sembrare borioso[1], mi sono fatto un po’ di ricerca ed ecco i risultati.

Da internet si apprende che è uno degli errori di pronuncia più diffusi, nell’abitudine costante che abbiamo noi italiani di ritrarre l’accento. Quindi, anche dall’esperienza diretta nei miei corsi, mi sono accorto che noi diciamo il più delle volte: pèrformans con l’accento sulla e. Ma è sbagliato. Il più corretto sarebbe con l’accento sulla o, ma va bene anche con l’accento sulla a. Il primo è inglese, il secondo è francese (ti pareva che anche loro non volessero una pronuncia tutta speciale, d’altronde son campioni del mondo, mica bazzecole!).

Comunque, spiega tutto l’Accademia della Crusca[2] ricordando che il Dizionario di Ortografia e Pronunzia (DOP) raccomanda, molto giustamente, di seguire più diligentemente l’accentazione inglese (perfòrmans).

Ci sono anche diversi siti in cui si può ascoltare l’audio della pronuncia, qualora volessimo fare un po’ di esercizio[3]. Ovviamente, questo Editoriale, non ha una conclusione della storia, se non questa: avrebbero potuto usare altri termini, come ad esempio: “il ciclo di gestione delle attività” oppure “il piano degli obiettivi” o ancora “il sistema di misurazione e valutazione delle prestazioni” o infine “una pubblica amministrazione più efficiente, efficace ed economica” (su quest’ultima gira pure la parola “performante”, ma lasciamo perdere). Invece, ci tocca tenerci questo: performance. E così sia.

[1] C’è un retroscena. Amo le lingue e tutto ciò che ha a che fare con il linguaggio. Da grande volevo fare il “perito aziendale e corrispondente in lingua estera” e girare per il mondo. Mi sono, invece, limitato all’Italia, ma il pallino si vede che m’è rimasto.

[2] http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/intorno-performance

[3] Ad esempio: https://www.comesipronuncia.it/pronuncia/performance-uk-1062, ma il mio preferito rimane http://www.wordreference.com/enit/performance perchè incastra tutte le lingue che vogliamo.



Metti una birra a Liverpool

15 08 2018

Qualche mese fa, Silvio mi ha detto: “Mi piacerebbe andare a bere una birra a Liverpool”. Ed io ho risposto: “Andiamo”. E così, ai primi di agosto siamo stati qualche giorno in Inghilterra. Liverpool e la vicina Manchester sono famose perchè alla domanda: “Ma cosa c’è da vedere” la gran parte delle persone, giustamente, risponde: “Niente”. Ed è un po’ vero. Non fosse che si è in Inghilterra e a me già può bastare. Oddio, qualcosina a Liverpool c’è. Ad esempio è patrimonio Unesco la zona dell’Albert Dock, una ristrutturazione davvero fatta bene della zona portuale. Ci siamo arrivati una domenica con il sole e il cielo terso ed è stato davvero tutto piacevole. La gente era nelle strade, lungo le vie o nei prati a prendere il sole. Sulle banchine del porto c’era un mini luna park che regalava bei colori e immagini. Sempre presenti i Beatles. Non poteva, ovviamente, mancare un salto ad Anfield, lo stadio dove gioca il Liverpool. Sulla strada del ritorno siamo riusciti a trascorrere anche ventiquattro ore a Manchester.



Londra

7 07 2018

Ho staccato la spina con un ctrl-alt-canc di quattro giorni a Londra. Non era la prima volta e non sarà l’ultima. Delle capitali è sempre stata la mia preferita. Ci vado e ci ritorno. Ogni volta è nuova, diversa, ugualmente avvincente. Come lei, nessuna. Giornate fantastiche, di cielo limpido e trasparente e aria tersa e fresca. Uno spettacolo, per gli occhi e per l’anima.