Parole Ostili

19 02 2017

A Trieste, in questi giorni, si è svolto un evento con il titolo di Parole Ostili – La ferita provocata da una parola non guarisce. (http://www.paroleostili.com/).

Mi sarebbe piaciuto parteciparvi, ma l’ho scoperto troppo tardi ed è un periodo dei più incasinati.

E’ stato elaborato un Manifesto della Comunicazione non ostile che riporto di seguito. Lo si può sottoscrivere a questo link: http://www.paroleostili.com/firma-manifesto/

Non è molto, ma si sa che per prendersi piccoli impegni, a volte bastano anche piccoli gesti.

Manifesto Parole Ostili



L’indiano

21 01 2017

È noto a tutti che quando si pratica l’attività sportiva della corsa il tempo non passa mai. Addirittura, correndo, succede una cosa incredibile di questi tempi: si pensa. Per superare questo grande pericolo, ci sono due soluzioni: andare con un amico oppure accendere la musica. Questa mattina, prima di lasciarmi andare alle note delle canzoni che danno la carica (una su tutte mi fa impazzire e accelerare: “Stressed out” dei Twenty one pilots), ho persino fatto un discorso immaginario denso di dialoghi con un signore indiano in bicicletta che ho avuto l’ardore e l’ardire di superare.

Il puntino all’orizzonte si è sempre fatto più vicino fino a scoprire la massiccia figura con il turbante in testa. Nella zona vivono tanti indiani, i quali hanno il 99% del business della distribuzione della pubblicità nelle case. Pedalava lentamente, con la tunica che cadeva qua e là sui fianchi. Tanto lentamente, che secondo me stava sfidando le leggi di gravità. Piedi leggermente allargati e schiena buttata un po’ all’indietro. Lo affianco, saluto e sorpasso. E poi inizia il mio dialogo (ma è un monologo, chiaro) immaginario.

Ciao. Come ti chiami, è tanto che sei in Italia. Come mai vai così piano. Sai che io ci ho visto una metafora della vita poco fa? Tu che lentamente torni verso casa ed io che esco di casa per andare a correre. Non ne ho abbastanza di correre tutto il giorno che ho bisogno di un momento di lentezza per andare a correre. Un controsenso, ma è così. Tu, invece, bello bello, vivi lento ora e sempre, magari chissà, gustandoti più la vita. A me la vita corre via e quando posso fermarmi un po’, esco e corro. Non ti sembra strano? Che poi dico, c’è anche sta cosa qua che mentre tu, si vede, nel tuo lento pedalare stai ben bene con te stesso, io mi ritrovi persino qua a trovare il tempo e la presunzione di farmi i cazzi tuoi. Ah, sai. Visto che ci siamo te lo chiedo. Lo sai perché nella distribuzione della pubblicità non arrivate al 100%? Perché noi abbiamo “l’amico”. Si, si. Quel signore con motorino, mezzo orbo, con gli occhiali spessissimi che quando passa dice sempre: “ciao amico”. Quello non molla, neh. Pio che arrivate al 100%!

Chi corre, avrà già notato i sintomi denominati: “ossigeno che non arriva più alla testa”. Evidente. Fatto sta che giungo al punto del mio ritorno, mi giro e corro in senso contrario (non all’indietro, mi vien da precisare). Poco dopo, mi ritrovo, ovviamente, l’indiano davanti. Accenno un ri-buongiorno ed un sorriso. Lui ha lo sguardo fisso, avanti. E dagli occhi scendono delle lacrime. Per forza, penso io, ci sono due gradi, fa freddo e non è abituato. Poi, sto per iniziare ad ipotizzare tutta la sua vita. Ma stavolta mi fermo. Zitto. Accendo la musica e semplicemente mi tengo l’indiano nel ricordo di un incontro e di un dialogo mai avvenuto.



Due ferrate invernali

3 01 2017

Di neve ce n’è solo sulle piste da sci. Quindi, per vivere in modo diverso la montagna tra 2016 e 2017 rimangono i sentieri e le ferrate. Io e Lorenzo (più special guest Mirco) ne abbiamo percorse due con giornate stupende, limpide e calde.

Ferrata Gerardo Sega sul Monte Baldo.

Ferrata Biasin sul Carega.



Fuga dalla nebbia

18 12 2016

L’ultimo viaggio di lavoro prima della pausa natalizia mi ha permesso di scappare per tre giorni dalla nebbia. Era diventata una cosa insopportabile, impossibile da affrontare anche solo per una passeggiata. Avevo freddo tutto il giorno.
Ringrazio, quindi, Alghero, Roma e Civitavecchia per avermi regalato giornate di sole, anche se fredde, ma più che sufficienti a ritemprarmi dal gelo dentro.

Se non hai addosso l’ansia di arrivare ad un appuntamento, perché sai che è impossibile che accada vista la rigida programmazione, è più facile osservare le cose attorno a te con un sorriso. Racconto quindi un piccolo fatto, che ha causato, per la prima volta della mia vita, il dover sentire il mio nome pronunciato dagli speaker di un aeroporto.

Arrivo all’aeroporto di Alghero due ore prima del mio volo. Do un’occhiata allo schermo e capisco che sarà una giornata noiosa: c’è solo un aereo in programma, quello per Roma delle 19.30, Alitalia. Avevo in mano una coincidenza con Verona, che non avrei preso perché, appunto, mi sarei fermato una notte in più a Civitavecchia. Quindi, al check-in, con un minimo di senso civico ho detto alla hostess: “Siccome mi sono cambiati i piani, le dico subito che poi non prenderò la coincidenza, così se c’è richiesta potete dare il mio posto ad un altro”. Apriti cielo! “Ma lo sa che non si può! Io adesso le faccio il check-in, ma guai a lei se mi dice che non prende quel volo. Ecco le sue carte di imbarco! Io non ho sentito nulla”. Continuo, sbalordito e la metto sul piano economico: “No, ma guardi che lo dicevo per voi. Il mio biglietto non è rimborsabile, potete vendere il mio posto ad un altro e così avete il doppio guadagno”. Con lo sguardo cattivo, mi ha invitato ad allontanarmi.
Ed ecco il momento magico, quello in cui nessuno vorrebbe trovarsi in aeroporto pena l’essere affibbiato il solito sfigato. Al bancone dell’imbarco arrivano chiare le parole: “Il signor Gianluca Bertagna è pregato di contattare l’imbarco immediatamente”. Ero già in fila, passo davanti a tutti e arrivo all’hostess di prima: “Allora, ha deciso se poi va a Verona?”. “Le ho già detto di no, mi fermo a Roma”. “Vede che non capisce: lei non deve dire che non prenderà quel volo!”. Ammutolito torno in fila, in fondo ovviamente, all’ultimo posto.
L’imbarco inizia alle 19.25. Ci vuol poco a capire che saremo in ritardo. Infatti, il capitano direttamente informa che “a causa del numero di bagagli da imbarcare, ci sono 35 minuti di posticipo sulla partenza”. Ormai sono al sorriso malizioso: questi qua non vogliono i soldi ed in più sono capaci, con un unico volo in un intero pomeriggio, a fare un ritardo di più di mezzora. Apro il mio libro ed inizio a leggere. Muto, oggi sarei il solito sfigato io.



Il Mannaio

7 12 2016

Era da tante notti che non si vedeva il Mannaio solcare le nostre viuzze e poi, all’improvviso, è ricomparso. Sospeso tra mito e realtà, ha fatto vibrare le nostre case avvisandoci del suo arrivo con i battiti del suo immenso tamburo. Un suono che mi entrava dentro le budella e scuoteva i muri tutt’attorno. Poi si è fermato. E ha iniziato una dolce melodia con il suo oboe. In pochi secondi i bambini si sono affacciati alle finestre e hanno riempito le strade. Immediatamente hanno lasciato i loro giochi moderni, tablet, televisioni, smartphone per vedere incuriositi il Mannaio. Lui, un omone che viene dall’est, indossava un cappotto di pelliccia scusa e la barba lunga nascondeva tutto il volto, rendendo lo sguardo ancora più penetrante. È stato raggiunto da un carretto, trascinato da una donna, la sua compagna. Da un grosso baule sono usciti alcuni giocattoli usati, ma di un altro tempo. I bambini chiedevano cosa fossero, qualche adulto, che nel frattempo aveva circondato il Mannaio per rivivere emozioni antiche, consumava il rito di sempre: acquistare qualche dono per permettere all’omone dell’est di proseguire la sua strada. E in un battibaleno, ancora una volta, il Mannaio se n’è andato, lasciando quel buon sapore di un sogno tutto da rivivere.



Dentro ad un film

26 11 2016

Ogni tanto capita di vivere dentro un film. Si può subito obiettare che tutta la nostra vita è un racconto per immagini e che quindi l’idea di vivere in un film è banale. Io ogni tanto lo faccio, perché mi fa star bene: una seduta terapeutica, insomma. L’ultima volta, ho fatto così.

Con un po’ di anticipo arrivo alla stazione Termini di Roma. Faccio qualche giro guardandomi attorno, pensando al corso da poco terminato, al tramonto in piazza della Repubblica e al fatto che per oggi non entrerò come sempre nella libreria perché ho appena fatto un ordine su internet. Non ho voglia di un gelato e neppure di stare fermo su una panchina (che tanto a Termini non c’è). Con un gesto improvviso e non programmato mi metto le cuffie e faccio partire il lettore del telefono. Arrivano le note di Let’s hurt tonight degli One Republic ed improvvisamente si abbassano le luci in sala e mi trovo in un cortometraggio. Tutto cambia attorno a me. Il contrasto visivo si accende, i volti delle persone acquistano una luce diversa, i miei occhi si riempiono. Perfetti sconosciuti diventano parte di un’unica grande sceneggiatura e capisco tutto, vedo tutto, mi sento l’attore non protagonista di un film inaspettato. Con un po’ di presunzione, mi sembra quasi di percepire la vita nascosta di quell’uomo d’affari, i dubbi esistenziali di quell’adolescente o i malumori del barbone che si sta preparando la cuccetta per notte. Mi accorgo di non stare più camminando, ma, probabilmente, sfilando con mosse rallentate catturate da una cinepresa.

Poi arrivo al binario. Salgo in carrozza. The end.



Obiettivo raggiunto: 20!

4 11 2016

All’inizio non sai mai come finirà. Questa volta è andata nel migliori dei modi: con un amico e in una città bellissima. Mi riferisco alla chiusura dell’obiettivo: “20 regioni in un anno” che avevo già descritto quando ero arrivato alla diciottesima (http://racconti.gianlucabertagna.it/2016/04/diciotto/).

A luglio ho messo i piedi in Val d’Aosta, per cui me ne mancava solo una: la Basilicata. E così, mercoledì 26 ottobre scorso, con l’amico Giuseppe sono andato a “fare la pipì” a Matera. Ovviamente, non è successo niente: nessuna luce dal cielo, nessun comitato di accoglienza al confine, nessun infarto al cuore. D’altronde era una “sfida” davvero ridicola a pensarci. Ma tant’è.

La chiusura del cerchio è avvenuta in una città bellissima, stupenda, incantevole. Abbiamo passeggiato tra i sassi e tra le vie lassù in alto, per poi cenare alla grande in un ristorantino locale.

Mi rimarrà, quindi, nella memoria questa scommessa e mi rimarranno impressi i volti delle persone, spaesati, quando provavo a raccontare quello che stavo facendo. La reazione migliore e più frequente, quando dicevo che avrei messo i piedi nelle venti regioni, è stata: “Ma perché a questo punto non le fai tutte e ventuno?!”. Io l’avrei anche fatto… ma… la ventunesima proprio non lo trovata! 😀