Wide-open

6 01 2020

A poche ore dal rientro del viaggio in Marocco mi sto accorgendo che la cosa che più di tutte mi sta mancando sono gli spazi aperti. Ho dentro di me i colori forti, le giornate lunghe, la luce accecante, il caldo delle ore centrali. Non riesco a dimenticare i sorrisi della gente, le strette di mano, le invocazioni continue ad Allah. Sento i miei piedi camminare ancora tra la sabbia del deserto, sulle rocce rosse delle valli del sud o sulla neve delle montagne. Mi vedo gironzolare tra i vicoli di Fès, nella medina blu di Chefchauen o nei mercati di Marrakech.

Più di tutto, però, mi manca il “wide-open”, che poi corrisponde a quelle fotografie o film girati in sedici noni, ovvero con il lato lungo orizzontale. Abituato a girare per l’Italia sempre caotica e con le aree verdi incastrate tra strade e autostrade, mi sono accorto di quanto il paesaggio libero mi mancasse nell’anima, nello sguardo e nello spirito. Potersi guardare attorno senza vedere il segno dell’uomo dato da una casa, da un cavo dell’elettricità o da una strada. Tutto aperto, libero, con l’orizzonte là in fondo che quasi si trasforma in acqua.

Il fatto è che proprio non me lo aspettavo. Non in Marocco, insomma. E appena ho ritrovato gli spazi aperti ho capito come io stessi in un sospiro continuo, di come mi mancasse il fiato che è sceso solo percorrendo di nuovo questi paesaggi.



2020

19 12 2019

2020 è sempre stato per me il titolo di un album dei Timoria. Avevo 25 anni. A quel tempo non pensavo minimamente che quell’anno sarebbe davvero arrivato. Era come un film di fantascienza. Procrastinato lontano là dove nessuno era mai giunto prima. Ed invece, eccoci qua, addirittura dopo aver attraversato non solo un secolo ma anche un millennio. Robe da non credere.

2020 è un bel numero, secondo me. È fatto solo da due numeri che si ripetono. Mi piace. Devo dire che ha qualcosa di compiuto che mi affascina. Staremo a vedere se sarà davvero un anno solido e pacifico come sembrano dimostrare le cifre.

2020. È arrivato talmente alla svelta che i miei auguri vanno esattamente nella direzione opposta, quella della lentezza. Mi sento di augurarmi e di augurare un anno lento. Il maestro buddista Thich Nhat Hanh basa la sua vita quotidiana su tre azioni: sorridi, respira e vai piano.

Uno dei suoi motti è: “Quando cammini, cammina. Quando mangi, mangia”. E penso subito che è esattamente il contrario di quello che succede spesso nel nostro (non) vivere. Ogni cosa che facciamo è spesso distratta da altre. Se guardiamo la televisione, non scappa mai la sbirciatina al telefono. Se leggiamo un libro, controlliamo la notifica sul nostro smartphone. Se stiamo guidando, siamo anche al telefono con un amico. Se siamo davanti al PC abbiamo almeno dieci finestre aperte contemporaneamente.

Ed arrivo agli auguri. La codifica dell’andare piano penso risieda innanzitutto nel perdersi. Io mi perdo quando scrivo. A mano, intendo. Con una penna stilografica ancor di più. Non conta quello che scrivo, ma il fatto che stia scrivendo. Mi concentro sulle curve delle lettere e sul loro collegamento e mi assento da ogni cosa nel vedere l’inchiostro fissarsi sulla carta.

Ecco: auguro a tutti di perdersi. Lentamente. Non tanto. Un pochino. Se possibile ogni giorno. Rallentare, per sorridere, respirare e andare piano.

Buon 2020 a tutti.

Gianluca



L’ironia

30 11 2019

Questa mattina abbiamo organizzato un incontro tra Publika e i nostri collaboratori. Una volta l’anno ci mettiamo attorno ad un tavolo a condividere quanto è stato fatto e ad inventarci qualcosa per il futuro.

Poco prima dell’incontro, oggi, è apparsa sulla lavagna a fogli mobili questa scritta. Appena l’ho vista mi si è stampato in faccia un sorriso bellissimo.

Credo che l’ironia sia fondamentale nelle nostre giornate. Guardare il mondo con ironia, partendo ovviamente da noi stessi, dà quel di più che ci aiuta a stare con i piedi per terra ritrovandosi immersi in qualcosa di bello; è un’arma per allontanare i pensieri negativi e fare squadra; è uno sguardo positivo capace di contribuire a perdonarci.

Quindi, sì. Siete liberi di pensarla come Gianluca Bertagna. Ma anche no. 😀



Marco

9 11 2019

Marco era ammalato di tumore da dieci anni. Come spesso accade, non ce l’ha fatta. Ed è morto. Marco ha incrociato la mia vita in pochissime occasioni eppure le ricordo benissimo. Le nostre strade si sono avvicinate in quel periodo dell’adolescenza quando si guardano con occhi ammirati i ragazzi più grandi, diciamo attorno ai quindici anni. Lui, che di anni ne aveva cinque più di me, mi ha lasciato in eredità due ricordi indelebili.

Un anno eravamo andati in vacanza con le rispettive famiglie. Eravamo al mare, sulla loro terrazza. Oltre a lui c’era anche suo fratello e sua sorella che veniva, ahimè, sempre presa in giro. Non ero un paladino della giustizia e a quell’età è di certo più facile mettersi nel gruppo di chi attacca piuttosto che in quello che va difeso. Il clima dei loro scherzi, però, era sempre piacevole, divertente, sereno. In quella terrazza ho scoperto due cose: i film di Elvis Presley e i Dire Straits. Soprattutto quest’ultimi mi sono entrati e da lì sono sempre stati dentro e collegati a Marco. Era il tempo di Brothers in Arms, per dire. Ed ho già detto tutto.

L’altro ricordo è una visita fatta sempre insieme ai miei genitori a casa loro. Avevo tutto un pomeriggio da passare con i tre fratelli ed era stato divertentissimo. Abbiamo fatto i quiz, ascoltato canzoni, suonato la chitarra, cantato, giocato nel cortile. Un clima bellissimo che sento forte in questi giorni in cui ho avuto la notizia della morte di Marco. Lo accompagno in questo suo viaggio mettendo su Your latest trick. Ciao Marco.



Mezzo secondo

19 10 2019

Appena ho visto l’impresa mi sono messo a contare. 20 secondi. Uno dietro all’altro. La differenza tra farcela e non farcela. Quelli che sono serviti per chiudere una maratona in meno di 2 ore. 20 secondi su 2 ore scrivono la sottile linea del riuscire o fallire. Già questo è fantastico, un altro gesto di come l’uomo, con dedizione, può raggiungere risultati sempre migliori. E non solo nello sport.

Ho contato quei 20 secondi per capire quanto durano. La maratona è una corsa lunga 42,195 km e oggi l’obiettivo di farla sotto le 2 ore è stato raggiunto grazie ad un risparmio di tempo di 50 centesimi di secondo al chilometro. Cioè, su 42 chilometri, mezzo secondo di “risparmio” accumulato ti fa raggiungere il risultato. Lo ridico: 50 centesimi di secondo. Chi corre (anche poco come me), sa che cosa vuol dire, almeno da questo punto di vista.

A me, però, è venuta in mente un’altra cosa: quante volte, un po’ tutti, ci siamo detti frase tipo “Vivi la vita in ogni istante”, “Cogli l’attimo”, “Sii presente in ogni secondo”? Eccola lì, la quantificazione oggettiva di quel secondo. A me sembra pazzesco.



Mai troppo presto

6 10 2019

Ero un tipo preciso. Se c’era una scadenza, cercavo di rispettarla con largo anticipo. Il mio essere Responsabile del Servizio Finanziario di un comune mi chiedeva spesso rendicontazioni… entro una certa data. Se era “entro”, io con scrupolo procedevo all’adempimento con largo anticipo. Così, poi, me ne stavo sereno e non ci pensavo più.

Poi, la pubblica amministrazione, mi ha forgiato. Ed ho capito. Ogni volta che mandavo le tabelle di un qualsiasi resoconto, tre giorni prima della scadenza arrivava una mail del tipo: “Abbiamo cambiato i prospetti, siete pregati di provvedere ad inviare di nuovo la documentazione” oppure “Il sistema informatico ha avuto dei problemi e non abbiamo ricevuto le sue statistiche”.

Sempre più sconfortato rifacevo tutto, almeno due volte. Poi, appunto, mi sono fatto furbo e ho imparato a mandare tutto a ridosso del termine finale.

Ma non abbastanza furbo. Infatti, durante un corso di formazione in cui per alleggerire gli animi raccontavo della mia sconsolatezza nel non riuscire a programmare con la dovuta calma gli adempimenti, un partecipante si è alzato e mi ha detto: “Guardi, lei sbaglia ancora tutto!”. Io: “Ma come?? Faccio tutto all’ultimo istante, all’ultimo secondo dell’ora del giorno della scadenza?!”. Lui mi ha redarguito ancora di più: “Lei sbaglia. Deve aspettare che la sollecitino! E almeno due volte”.

Ci siamo messi a ridere, ma è stata come un’illuminazione. Sapete quei flash in cui si squarcia il cielo e i neuroni vanno a mille e si capisce tutto? Ecco, così.



L’esploratore

15 09 2019

Faccio fatica a sopportare di sbagliare strada. Non sto parlando delle scelte della vita, degli incroci dove vai a destra o a sinistra. Quelle, non è neppure detto che si possano chiamare strade giuste o sbagliate. Sto banalmente parlando di sentieri, vie, percorsi del terreno.

Mi capita spesso di dormire in luoghi che non conosco. Quando vado a camminare o correre cerco sempre di ipotizzare l’itinerario guardando su Google Maps o su Wikiloc. A volte seguo le tracce di chi le ha percorse e condivise prima di me. Raramente, diciamolo, vado a caso. Però, come stamattina, mi capita di incontrare strade alternative e mi chiedo dove possano portare. Rimango un attimo indeciso se provare a scoprirlo. Il più delle volte tiro dritto e il motivo è perché mi darebbe molto fastidio trovare un vicolo cieco e dover tornare indietro. Fossero anche solo 100 metri trovo la cosa irritante e cercherò, prima o poi, di affrontare la cosa.

Nel frattempo, sempre stamattina, sul sentiero vicino ad Aulla, tra gli alberi caduti per colpa del vento, pensavo al lavoro dell’esploratore. La sua maggiore gioia, credo che sia quella di sbagliare strada. Fare i sentieri giusti per lui sarà una grande noia, uno sbadiglio ogni passo. Proprio nell’errore di un bivio, lui, invece, trae lo stimolo, la felicità e l’entusiasmo. Meticolosamente l’esploratore estrae il suo taccuino e prende nota: da quel momento quella strada non sarà più sconosciuta ma il mondo saprà dove potrebbe portare, ad un nuovo sentiero o ad un cul-de-sac, ad un’alba o ad un tramonto, ad un profumo di abeti o di fiori. Proprio là dove io vado in sofferenza, l’esploratore gode nella sorpresa di conoscere qualcosa che non sa.