Il Mannaio

7 12 2016

Era da tante notti che non si vedeva il Mannaio solcare le nostre viuzze e poi, all’improvviso, è ricomparso. Sospeso tra mito e realtà, ha fatto vibrare le nostre case avvisandoci del suo arrivo con i battiti del suo immenso tamburo. Un suono che mi entrava dentro le budella e scuoteva i muri tutt’attorno. Poi si è fermato. E ha iniziato una dolce melodia con il suo oboe. In pochi secondi i bambini si sono affacciati alle finestre e hanno riempito le strade. Immediatamente hanno lasciato i loro giochi moderni, tablet, televisioni, smartphone per vedere incuriositi il Mannaio. Lui, un omone che viene dall’est, indossava un cappotto di pelliccia scusa e la barba lunga nascondeva tutto il volto, rendendo lo sguardo ancora più penetrante. È stato raggiunto da un carretto, trascinato da una donna, la sua compagna. Da un grosso baule sono usciti alcuni giocattoli usati, ma di un altro tempo. I bambini chiedevano cosa fossero, qualche adulto, che nel frattempo aveva circondato il Mannaio per rivivere emozioni antiche, consumava il rito di sempre: acquistare qualche dono per permettere all’omone dell’est di proseguire la sua strada. E in un battibaleno, ancora una volta, il Mannaio se n’è andato, lasciando quel buon sapore di un sogno tutto da rivivere.



Dentro ad un film

26 11 2016

Ogni tanto capita di vivere dentro un film. Si può subito obiettare che tutta la nostra vita è un racconto per immagini e che quindi l’idea di vivere in un film è banale. Io ogni tanto lo faccio, perché mi fa star bene: una seduta terapeutica, insomma. L’ultima volta, ho fatto così.

Con un po’ di anticipo arrivo alla stazione Termini di Roma. Faccio qualche giro guardandomi attorno, pensando al corso da poco terminato, al tramonto in piazza della Repubblica e al fatto che per oggi non entrerò come sempre nella libreria perché ho appena fatto un ordine su internet. Non ho voglia di un gelato e neppure di stare fermo su una panchina (che tanto a Termini non c’è). Con un gesto improvviso e non programmato mi metto le cuffie e faccio partire il lettore del telefono. Arrivano le note di Let’s hurt tonight degli One Republic ed improvvisamente si abbassano le luci in sala e mi trovo in un cortometraggio. Tutto cambia attorno a me. Il contrasto visivo si accende, i volti delle persone acquistano una luce diversa, i miei occhi si riempiono. Perfetti sconosciuti diventano parte di un’unica grande sceneggiatura e capisco tutto, vedo tutto, mi sento l’attore non protagonista di un film inaspettato. Con un po’ di presunzione, mi sembra quasi di percepire la vita nascosta di quell’uomo d’affari, i dubbi esistenziali di quell’adolescente o i malumori del barbone che si sta preparando la cuccetta per notte. Mi accorgo di non stare più camminando, ma, probabilmente, sfilando con mosse rallentate catturate da una cinepresa.

Poi arrivo al binario. Salgo in carrozza. The end.



Obiettivo raggiunto: 20!

4 11 2016

All’inizio non sai mai come finirà. Questa volta è andata nel migliori dei modi: con un amico e in una città bellissima. Mi riferisco alla chiusura dell’obiettivo: “20 regioni in un anno” che avevo già descritto quando ero arrivato alla diciottesima (http://racconti.gianlucabertagna.it/2016/04/diciotto/).

A luglio ho messo i piedi in Val d’Aosta, per cui me ne mancava solo una: la Basilicata. E così, mercoledì 26 ottobre scorso, con l’amico Giuseppe sono andato a “fare la pipì” a Matera. Ovviamente, non è successo niente: nessuna luce dal cielo, nessun comitato di accoglienza al confine, nessun infarto al cuore. D’altronde era una “sfida” davvero ridicola a pensarci. Ma tant’è.

La chiusura del cerchio è avvenuta in una città bellissima, stupenda, incantevole. Abbiamo passeggiato tra i sassi e tra le vie lassù in alto, per poi cenare alla grande in un ristorantino locale.

Mi rimarrà, quindi, nella memoria questa scommessa e mi rimarranno impressi i volti delle persone, spaesati, quando provavo a raccontare quello che stavo facendo. La reazione migliore e più frequente, quando dicevo che avrei messo i piedi nelle venti regioni, è stata: “Ma perché a questo punto non le fai tutte e ventuno?!”. Io l’avrei anche fatto… ma… la ventunesima proprio non lo trovata! 😀



Il Trekking, l’Appennino e il Pastore

22 10 2016

Il weekend scorso sono stato con l’amico Silvio a fare due giornate di trekking sull’Appennino con giri ad anello partendo da Borgo a Tossignano. Gli aspetti logistici e naturalistici sono stati raccontati da lui sul suo blog: http://www.silviobau.it/2016/10/21/insolito-trekking/. Io, raccolgo un pensiero che mi è passato per la testa.

Ad un certo punto del cammino, passiamo da una malga e il pastore (meglio dire: produttore di formaggio), con fare minaccioso, ci squadra dicendo: “E adesso dove credete di andare senza bastone in mano? Ho appena mandato al pascolo le mie pecore da sole, accompagnate dai cani maremmani. Sappiate che vi abbaieranno contro. Voi camminate piano e lenti”. In pochi secondi diventiamo suoi amici. Ci racconta la sua vita, insulta il comune e tutta la pubblica amministrazione, i politici, il mondo intero e ci chiede: “Voi che lavoro fate?”. Risponde Silvio: “…computer” (è noto che nessuno sa che lavoro fa Silvio, peraltro).

Il pastore, inevitabilmente, inizia la sua invettiva contro il mondo moderno, il fatto che si corra dappertutto, il fatto che la gente trovi tutti gli strumenti possibili (computer) per delegare il proprio lavoro invece che farlo direttamente. Arriviamo al limite massimo giornaliero di sopportazione delle ovvie banalità e cerchiamo disperatamente il modo di ripartire. Ma lui è in grado di aggrapparsi a qualsiasi cosa per continuare il discorso.

Quando, finalmente, riprendiamo la via, incappiamo, si sapeva, nel gregge. I bellissimi cagnoloni si avvicinano con fare minaccioso. Lascio la linea di difesa a Silvio e mi riparo alle sue spalle. E penso: “Ma guarda un po’ quello là! Tutto a predicare e invece di essere qui con le sue pecore, ha delegato ai cani il suo lavoro. Non ci sono più i computer di una volta”.



Quattro passi in Sardegna

23 09 2016

La Regione Sardegna mi ha chiesto di svolgere alcune giornate formative sulle unione dei comuni. E così, per quattro giorni, ho girovagato per l’isola. I corsi si sono svolti ogni giorno, in un diverso capoluogo di provincia storico: Cagliari, Nuoro, Sassari e Oristano.

Ho ancora addosso il profumo e il sapore di ore molto piacevoli, fatte soprattutto di incontri e strette di mano con le persone che mi hanno offerto un’accoglienza indimenticabile. Ringrazio, davvero, tutti, dai dipendenti della regione (gli ottimi organizzatori) a tutti quelli che con un po’ di coraggio mi si sono avvicinati per farmi qualche domanda o semplicemente per conoscermi un po’ di più. Ed è sempre bello ritrovare quei volti che ho già incontrato in altre occasioni, un sorriso che chiede: “come stai?” è un abbraccio che si rigenera di volta in volta.

Al ritorno, mi hanno chiesto: sei andato al mare? No, l’ho visto solo dall’aereo. L’occasione è stata troppo ghiotta per non lasciarmi sfuggire due passi nelle città, nelle quali non avevo mai camminato.

Cagliari. È la base dei voli. Questa volta è per lo più logistica. Non c’è tempo. Vivo solo l’aeroporto e il terminal del noleggio. Attendo un’ora la macchina. Un po’ troppo. Ma la gentilezza del tipo al banco cancella la stanchezza.

Nuoro. Mi sono trovato molto bene. Innanzitutto al Bed and Breakfast Majore, in centro, in una vecchia casa, in un appartamento solo per me, nel silenzio totale di una piazzetta nascosta. Ma anche passeggiando nella via pedonale, con una bellissima libreria nella cui vetrina sono esposti i libri di Grazia Deledda. Cena fantastica al ristorante Il rifugio. Passeggiare lentamente tra i tavoli dei bar, sulle strade e nelle piazze.

Sassari. Ecco, a Sassari non ci sono stato, perché qualche anno fa avevo fatto un corso per la provincia e quindi ne avevo già fatto la conoscenza. Ho quindi dormito vicino a Porto Torres e, senza vedere il mare, sono andato a fare una corsetta nella pineta di Platamona. Piacevolissimo. Ottima cena al ristorante San Gavino.

Oristano. Sono arrivato verso le sette della sera prima ed ho alloggiato al Bed and Breakfast Notte di Luna (la colazione sarà indimenticabile). Trovo la finestra della camera aperta. Sono in centro eppure… c’è un silenzio unico. Mi lascio cadere sul letto ad ascoltarlo mentre entra lentamente e avvolge tutto. Poi esco, faccio due passi, e sorrido, piacevolmente, di fronte a vetrine di altri tempi a fianco a negozi moderni. Penso che mi piacerebbe che fosse sempre così, che quei negozietti di artigianato, cianfrusaglie, oggetti inutili non chiudessero mai o non cedessero mai all’idea di novità.

Poche righe, poche parole, ma tante emozioni dentro. Grazie, Sardegna.

 



Tre ferrate in un giorno

10 09 2016

Non conosco le montagne attorno a Cortina d’Ampezzo e così, con mio figlio, ho pensato di trasformare un viaggio di lavoro, anche in una escursione nel gruppo delle Tofane.

Ieri alle 15 siamo partiti dal Rifugio Dibona e siamo saliti al Rifugio Pomedes. Da qui, attraverso la Ferrata Olivieri siamo arrivati in cima a Punta Anna. Questa ferrata è spettacolare, probabilmente la più bella di quelle che ho fatto. E’ molto esposta, non per principianti, insomma. I passaggi sono ancora più belli se, anzichè utilizzare il cavo, si prova a scalare (rimanendo agganciati, neh!). Dalla cima il panorama era immenso e i colori della sera aggiungevano un tocco unico. Attraverso un divertentissimo ghiaione, siamo scesi al Rifugio Giussani (2.600 metri), dove abbiamo cenato e passato la notte.

Questa mattina, dopo aver fatto colazione, puntiamo alla cima della Tofana di Rozes (3.225 metri) per il percorso che prima si allarga verso le Tre Dita e poi risale prendendo la seconda parte della Ferrata Lipella. L’ambientazione è unica e anche in questa occasione, in alcuni tratti, mi ritrovo a scalare la parete, ricordandomi quanto era bello farlo anni prima. La Ferrata è in alcuni tratti impegnativa ma permette di guadagnare quota in breve tempo. Alle 10 siamo in vetta. Ci sono diverse nuvole che vanno e vengono. Ci fermiamo mezz’ora. Poi, in un’altra ora, scendiamo nuovamente al Rifugio Giussani.

Sul sentiero che scende per riportarci al Dibona dove abbiamo lasciato la macchina, vediamo, sulla sinistra, il cartello con l’indicazione “Ferrata Astaldi“. E’ facilissima, ma attraversa orizzontalmente una cengia con il terreno che passa dal verde, al rosso, al blu. Alle 13 siamo alla macchina. Poco più di ventidue ore.



Ad occhi chiusi

13 08 2016

La storia del supereroe cieco che combatte e vince contro tutti i cattivi mi ha sempre affascinato. Sarà per questo che spesso, mentre cammino o corro, chiudo gli occhi per vedere se riesco ad andare “dritto”. Prima che la razionalità mi prenda del tutto e non faccia altro che ribadirmi che sono un imbecille racconto questa storia fatta di sentieri di montagna, muretti, sfide e di fiducia nell’altro.
Oddio, potrei anche barare riassumendo il tutto in questo modo: stavo cercando un pokemon millenario. Mi farebbe di certo più onore, ma non è esattamente la verità.

È un anno bisestile. Come quello di quattro anni fa quando mi sono rotto i legamenti al ginocchio destro o come quello di otto anni fa quando mi sono rifatto quelli al ginocchio sinistro. Per ora era andato tutto abbastanza bene, se non un fastidioso strappo al polpaccio che mi ha impedito di fare movimento per oltre due mesi.

Durante il campo scuola, dopo un sentiero, mi trovo davanti una strada con un muretto ai lati che dà sugli orti della Val di Gresta. Il richiamo al mito del supereroe è immediato: camminare sul muretto ad occhi chiusi per qualche decina di metri senza cadere. Come ogni storia è però necessario un testimone. Accanto a me c’è un ragazzino del campo, non proprio il più sveglio a dire il vero, e gli dico: “Io adesso inizio a camminare ad occhi chiusi sul muretto se tu vedi che sto per cadere avvisami”. Inizio tranquillamente, faccio un po’ di passi e poi sento: “Attento!” Apro gli occhi ma è troppo tardi, sono già con un piede nel vuoto e con il peso che sta cadendo nei tre metri di spazio che mi separa dalla terra. Finisco in mezzo alle spine e, come più volte ho visto fare nei fumetti e nei film, cerco di evitare l’impatto sulle gambe mettendomi di lato e cadendo sul fianco. La manovra non esce benissimo, sento un crack e faccio fatica ad alzarmi. La spalla, e tutto quello che c’è lì attorno, è molto dolorante. Dopo pochi minuti mi accorgo che non riesco neppure ad alzarla oltre il livello della pancia. Con eleganza, inizio ad insultarmi ferocemente. Poco dopo mi ritrovo sulla via del pronto soccorso e dopo tre ore di attesa arrivano i risultati: una frattura sulla scapola e l’invito a ritornare all’indomani per sistemare tutto insieme all’ortopedico in sala gessi.

Ecco. Da questo punto inizia la storia del l’idiota ingessato che impara a fare le cose con la mano sinistra. Ma è molto noiosa.