Casa

23 07 2019

Oggi la mia casa è molto piccola. Un lembo di cielo e un pezzo di terra. Pochi metri. Abituato a cambiare città ogni giorno potrei sentirmi imprigionato. Ma appena  alzo lo sguardo, dalla finestra immaginaria, trovo lo spazio infinito del mare e respiro l’idea del senza limite. Un semplice asciugamo e un improvvisato ombrellone mi sono amici. Stiamo insieme tanto, nel silenzio narrante di un libro spesso sfogliato. Ogni tanto esco a fare due passi e i miei piedi trovano subito il piacere dell’acqua fresca e trasparente. La sabbia si imprime del mio passaggio, giusto il tempo di un veloce ricordo: poi arriva il mare e si porta tutto con sé. Ritorno al mio casolare. Coricato, il cielo blu è immenso. Mi perdo, più di quanto faccio ogni giorno macinando distanze tra luoghi diversi.



Il nonno Beppe

20 07 2019

E così, qualche giorno fa, il nonno Beppe è morto. Mio suocero aveva 88 anni. Ha deciso di salutarci il giorno del compleanno del mio figlio più piccolo. Lo reputo un omaggio, sperando di non sconvolgere i sentimenti di nessuno. Pensare a questa idea di vita e morte così vicine mi ha sempre affascinato. La naturalezza delle cose. C’è poco da fare. Quando Paolo mi ha chiesto: “Quindi per il mio compleanno saremo anche un po’ tristi?”, gli ho risposto: “Sì, ma non ci dimenticheremo mai del nonno e lo sentirai ancora più vicino”. “Allora, va bene”, ha risposto.

Il Giusepì era un personaggio. Non di quelli che salgono sugli altari, anzi, proprio il contrario. Di quelle persone, di cui i nostri piccoli paesi sono pieni, che pur rimanendo nell’ombra diventano icone. Gli aneddoti della loro vita sorpassano il “mostrarsi”, rendendoli unici. Qualche anno fa è morto il suo migliore amico, il Giuani del Bidèl. Insieme ad un altro Giovanni erano inseparabili. E dai racconti, ne hanno combinate proprio delle belle. I migliori aneddoti sono sempre stati quelli in cui raccontava le sue vicende di “tutto-fare” quando lavorava in ospedale: nel corso della giornata si ritrovava a fare le pulizie, assistere gli ammalati, guidare l’autoambulanza. Cose di altri tempi.

Il nonno Beppe lo si incontrava spesso. Era un gran camminatore, abituato a macinare chilometri tutti i giorni. Se non era a piedi era in bicicletta. Famose le sue pedalate fino al lago e ritorno. Durante le mie corsette era inevitabile che ci incrociassimo. Un saluto, due parole e via per la nostra strada. Penso che la sua migliore “impresa” rimanga il giro del Cir, una montagna al termine della Val Gardena. All’età di 76 anni lo abbiamo portato su e giù dai passi attorno ai 2.300 metri. Una camminata, fatta in mocassini, lunga e stancante per noi. Immaginiamoci per lui. Era contentissimo.

Il Giusepì stava bene a tavola. Spesso era quella di casa sua. Convocava figli e figlie e preparava la grigliata per tutte le famiglie. I polli li allevava lui, quindi rimarranno nella storia come i più buoni mai mangiati. Anche quando si andava in giro il suo momento preferito era il pranzo. Fino alla fine, nonostante i dolori, chiedeva di accompagnarlo a fare improbabili aperitivi qua e là: il lago era nel suo immaginario il luogo perfetto per queste mini vacanze di qualche ora.

E così, il nonno Beppe ha detto “ciao”. Soffriva tantissimo, alla fine. Era diventato un mucchietto di ossa. Nel suo solito stile silenzioso ha chiuso gli occhi. Ci mancherà tanto.



La paura

7 07 2019

Camminavo con Thomas in fondo al gruppo. Ultimi. Per aiutare il tempo a scorrere sui chilometri, ha deciso di fare una domanda: “Quali sono le tue cinque più grandi paure?”. La sua più difficile da gestire la chiama del 90%. Cioè di arrivare tanto vicino alla meta, ma di non riuscire mai a raggiungerla. Mi raccontava, ad esempio, di quella volta che è arrivato a due metri dalla cima di una vetta in scalata e si è bloccato.

Ora toccava a me. Gli ho detto che stava per iniziare l’estate e mi stavo chiedendo cosa mi sarebbe successo quest’anno, se sarei riuscito a fermarmi prima di fare l’ennesimo salto, gioco strano su qualche muretto o qualche altra cosa che portasse con sé il rischio di un mio dolore. Ho spiegato che la paura non è tanto nel farmi male, quanto piuttosto nel continuare a chiedermi se riuscirò a capire “quell’istante in cui fermarmi”. Lo conosco quando arriva; è un un brivido di un attimo che mi fa lanciare nel gesto, a volte nel vuoto. So che lì dentro c’è tanta vita, energia, forza, ma non sempre mi fermo a pensare che il mio corpo posso sostenerne le conseguenze. Thomas si è girato verso di me e mi ha detto: “Ah, la paura dell’incoscienza!”. Gli ho sorriso. Aveva trovato la parola giusta.



Sa-Lento

22 06 2019

Era una cosa che volevo fare da tempo: camminare in Puglia. Durante le mie visite per lavoro, mi sono sempre chiesto come sarebbe stato percorrere le strade del Salento a piedi, lentamente, zaino in spalla. E così sono partito. Quattro giorni da Lecce a Santa Maria di Leuca, 120 chilometri in buona parte sulla Via Francigena del Sud. Mi aspettavo sentieri accompagnati da muretti in sasso a vista, qualche trullo, scogliere sul mare, paesini desolati all’ora di pranzo, ottimo cibo. E così è stato. Con una novità: ho percorso quelle strade con perfetti sconosciuti che giorno dopo giorno sono diventati amici. L’amicizia che nasce e cresce durante un cammino è unica. Si passa dall’incertezza iniziale alla condivisione con passi tangibili, reali, intensi. E quando arriviamo alla meta, pur sapendo che difficilmente ci incontreremo ancora, ci rendiamo conto di aver fatto qualcosa di bello, che sazia l’anima, in quel momento e nei giorni dopo, quando con la memoria torneremo in Sa-Lento. I colori del cielo e dei fiori, la freschezza del mare e il profumo dei campi hanno fatto il resto.



Acqua, ancora acqua

25 05 2019

Durante l’esperienza in Kenya siamo stati dentro al cratere di un vulcano, il Magado. I colori dell’acqua rimasta e la vastità del luogo affascinano fin da subito. A piedi si può scendere nella valle, dove, là in fondo, si trovano gli animali al pascolo. Qualche pastore controlla il tutto, con aria volutamente distante da noi che turbiamo l’equilibrio naturale delle cose.

Al di là della magia del luogo, c’è un altro ricordo di questa giornata. Per arrivare al vulcano ci vogliono due ore buone di strada non asfaltata da fare rigorosamente in jeep. La polvere entrava dappertutto e si stratificava su vestiti e pelle. Non so quante volte ho dovuto pulire gli occhiali. Nel tragitto siamo passati in mezzo a due villaggi sperduti nel nulla. Da chiedersi cosa faccia lì quella gente. Impressionante. Poi la visita al Magado e il ritorno. Altre due ore in mezzo al pulviscolo bianco. Eravamo tutti stanchi, con le ossa che facevano male e incapaci di respirare nella foschia. Arrivati a Isiolo, il nostro amico Enrico si è fermato in un bar. Ricordo l’emozione di trovare acqua corrente, quella dei lavandini del bagno. Ciascuno di noi ha fatto a turno per almeno cinque minuti per lavarsi il viso, le mani e le braccia. Una sensazione unica. L’acqua di un bagno di un bar come fonte di ristoro assoluto. E, improvvisamente, ci è tornato addosso il sorriso.

Ogni volta che entro in un bagno mi torna in mente questa scena. L’acqua di un bar, per noi banale e scontata, è diventata in un attimo fonte di rinascita. Sensazione bellissima.



Dove vai?

10 05 2019

Anche per scaricare la tensione di questi giorni, questa mattina sono andato a fare due passi. Siccome tra un po’ affronterò un trekking tosto, mi sono messo in spalle uno zaino con un po’ di litri d’acqua dentro per vedere se il piede rotto la scorsa estate avrebbe tenuto.

Uscito così da casa sono iniziati gli interrogatori dei vicini: “ma dove vai?”. Io: “parto”. Poco più avanti incontro altre persone e sempre la stessa domanda: “dove vai?”. Io, sorridendo, rispondo: “parto”. Anche perchè, davvero, non andavo da nessuna parte. Mica potevo rispondere: “ad ubriacarmi d’acqua in campagna”.

Durante la passeggiata però ho continuato a pensare a questa cosa. L’idea di dover partire sempre “verso” qualcosa, verso una meta, verso un obiettivo. Non si può partire e basta a volte?

 



Greta con garbo

20 04 2019

Ho digitato su Google “Greta Thunberg”. Questi sono i risultati che il sistema mi propone. Non vi sembrano strani? Greta Thunberg

Io penso che Greta Thunberg vada trattata con garbo. Non per quello che è, per la sindrome che ha, per l’età o le treccine. Greta merita la gentilezza per le cose che dice. Tutti noi sappiamo che sono giuste, talmente semplici da essere dentro ciascuno di noi. Proprio per questo, forse, poi ce le dimentichiamo subito, dedicandoci a fare altro.

La cosa che mi ha impressionato della vicenda è la capacità di spostare l’attenzione non sul contenuto di quello che si dice, ma sul chi afferma le parole. E questo vale in genere. Più concentrati a pensare a chi afferma le cose piuttosto che alla sostanza di quello che viene detto. Io penso che questo sia dovuto al fatto che così è più facile. Cancello un problema per trovare mille difetti a chi me lo sottopone. In un secondo archivio la pratica, allontanandomi dal succo della questione per perdermi in dettagli.

Se l’altro è “diverso” allora non può dire nulla di buono. Maschio femmina, sano ammalato, bianco nero, sportivo sedentario, ateo religioso, laureato diplomato. Mi pare aberrante.