Mai troppo presto

6 10 2019

Ero un tipo preciso. Se c’era una scadenza, cercavo di rispettarla con largo anticipo. Il mio essere Responsabile del Servizio Finanziario di un comune mi chiedeva spesso rendicontazioni… entro una certa data. Se era “entro”, io con scrupolo procedevo all’adempimento con largo anticipo. Così, poi, me ne stavo sereno e non ci pensavo più.

Poi, la pubblica amministrazione, mi ha forgiato. Ed ho capito. Ogni volta che mandavo le tabelle di un qualsiasi resoconto, tre giorni prima della scadenza arrivava una mail del tipo: “Abbiamo cambiato i prospetti, siete pregati di provvedere ad inviare di nuovo la documentazione” oppure “Il sistema informatico ha avuto dei problemi e non abbiamo ricevuto le sue statistiche”.

Sempre più sconfortato rifacevo tutto, almeno due volte. Poi, appunto, mi sono fatto furbo e ho imparato a mandare tutto a ridosso del termine finale.

Ma non abbastanza furbo. Infatti, durante un corso di formazione in cui per alleggerire gli animi raccontavo della mia sconsolatezza nel non riuscire a programmare con la dovuta calma gli adempimenti, un partecipante si è alzato e mi ha detto: “Guardi, lei sbaglia ancora tutto!”. Io: “Ma come?? Faccio tutto all’ultimo istante, all’ultimo secondo dell’ora del giorno della scadenza?!”. Lui mi ha redarguito ancora di più: “Lei sbaglia. Deve aspettare che la sollecitino! E almeno due volte”.

Ci siamo messi a ridere, ma è stata come un’illuminazione. Sapete quei flash in cui si squarcia il cielo e i neuroni vanno a mille e si capisce tutto? Ecco, così.



L’esploratore

15 09 2019

Faccio fatica a sopportare di sbagliare strada. Non sto parlando delle scelte della vita, degli incroci dove vai a destra o a sinistra. Quelle, non è neppure detto che si possano chiamare strade giuste o sbagliate. Sto banalmente parlando di sentieri, vie, percorsi del terreno.

Mi capita spesso di dormire in luoghi che non conosco. Quando vado a camminare o correre cerco sempre di ipotizzare l’itinerario guardando su Google Maps o su Wikiloc. A volte seguo le tracce di chi le ha percorse e condivise prima di me. Raramente, diciamolo, vado a caso. Però, come stamattina, mi capita di incontrare strade alternative e mi chiedo dove possano portare. Rimango un attimo indeciso se provare a scoprirlo. Il più delle volte tiro dritto e il motivo è perché mi darebbe molto fastidio trovare un vicolo cieco e dover tornare indietro. Fossero anche solo 100 metri trovo la cosa irritante e cercherò, prima o poi, di affrontare la cosa.

Nel frattempo, sempre stamattina, sul sentiero vicino ad Aulla, tra gli alberi caduti per colpa del vento, pensavo al lavoro dell’esploratore. La sua maggiore gioia, credo che sia quella di sbagliare strada. Fare i sentieri giusti per lui sarà una grande noia, uno sbadiglio ogni passo. Proprio nell’errore di un bivio, lui, invece, trae lo stimolo, la felicità e l’entusiasmo. Meticolosamente l’esploratore estrae il suo taccuino e prende nota: da quel momento quella strada non sarà più sconosciuta ma il mondo saprà dove potrebbe portare, ad un nuovo sentiero o ad un cul-de-sac, ad un’alba o ad un tramonto, ad un profumo di abeti o di fiori. Proprio là dove io vado in sofferenza, l’esploratore gode nella sorpresa di conoscere qualcosa che non sa.



Cotswold Way

31 08 2019

La Cotswold Way è un sentiero che attraversa da nord a sud un pezzo di Inghilterra ricompreso tra Birmingham e Bristol. È lunga 102 miglia, cioè 165 chilometri con un dislivello di oltre 4.000 metri. Io e mio figlio Lorenzo l’abbiamo percorsa interamente negli ultimi sei giorni. Una vacanza speciale, capace di regalare sensazioni forti, di gioia e di fatica, di immagini e di colori fino all’esplosione finale dell’abbraccio all’arrivo a Bath.

Camminare è un tipo di viaggio particolare. Di solito è capace di svuotarmi per riempirmi. E così è stato anche stavolta, percorrendo una via unica attraverso quella che Jonathan Coe descrive come “Inghilterra profonda”. Nell’ultimo suo libro, per il quale mi sono concesso il lusso della lettura durante il cammino, scrive che questo clima ha a che fare con “le aree verdi dei villaggi, i tetti di paglia dei pub locali, le cabine telefoniche rosse e il lieve tonfo della pallina da cricket contro il salice”. Tutte cose che abbiamo, appunto, vissuto, insieme al passaggio di infiniti campi da golf, dai quali, anziani signori ci salutavano appoggiando la mano al loro cappello.

Dal mio taccuino.

“Camminando nelle Cotswolds ci sono tre certezze: le salite, le more e la birra. Arrivati ad un bivio non agitatevi nel cercare le indicazioni dei sentieri. Prendete quello che sale, non sbaglierete mai. Probabilmente il tracciato è stato elaborato da un vecchietto vendicativo e quindi vi fa percorrere tutte le colline possibili ed immaginabili. Parliamo delle more. Il riferimento è al frutto del bosco e non alle camminatrici che raramente si incontrano. Ai fianchi di ogni sentiero potete stare tranquilli di trovare le more. Spero vi piacciano perché sono veramente buone. E, inoltre, spezzano la fame, danno una mano ai passi e lasciano un buon sapore in bocca. La terza certezza la birra. Arriverete sempre in qualche paesino e di certo ci sarà sempre un pub ad accogliervi. Che sia quello in cui dormirete o meno, il rito della birra all’arrivo è sacrosanto. I primi sorsi fanno capire che ne valeva la pena”.

E ancora.

“Probabilmente è il posto più bello di tutto il trekking: un parco immenso, una vallata tra le colline. Le pecore in distanza sembrano statuine bianche nella loro immobilità. Il prato è perfetto perché loro lo tengono a regola d’arte tutti i giorni. C’è un albero solitario in lontananza che chiama a raccolta gli animali, un punto di riferimento nel saliscendi tutto attorno. I sentieri attraversano liberamente l’immenso spazio con una leggera traccia. Ci sono piante altissime e bellissime dove trovano riparo alcuni uccelli che al nostro passaggio spaventati scappano via. Finalmente è arrivata la “shower” regalando qualche goccia di pioggia, ma soprattutto quel paesaggio che tutti si aspettano dalla campagna inglese. Passeggiamo con piacere, nel silenzio degli spazi infiniti, che finiscono nei confini delle linee flessuose delle collina. Un posto incantato che entra negli occhi e si deposita nell’anima.”



Casa

23 07 2019

Oggi la mia casa è molto piccola. Un lembo di cielo e un pezzo di terra. Pochi metri. Abituato a cambiare città ogni giorno potrei sentirmi imprigionato. Ma appena  alzo lo sguardo, dalla finestra immaginaria, trovo lo spazio infinito del mare e respiro l’idea del senza limite. Un semplice asciugamo e un improvvisato ombrellone mi sono amici. Stiamo insieme tanto, nel silenzio narrante di un libro spesso sfogliato. Ogni tanto esco a fare due passi e i miei piedi trovano subito il piacere dell’acqua fresca e trasparente. La sabbia si imprime del mio passaggio, giusto il tempo di un veloce ricordo: poi arriva il mare e si porta tutto con sé. Ritorno al mio casolare. Coricato, il cielo blu è immenso. Mi perdo, più di quanto faccio ogni giorno macinando distanze tra luoghi diversi.



Il nonno Beppe

20 07 2019

E così, qualche giorno fa, il nonno Beppe è morto. Mio suocero aveva 88 anni. Ha deciso di salutarci il giorno del compleanno del mio figlio più piccolo. Lo reputo un omaggio, sperando di non sconvolgere i sentimenti di nessuno. Pensare a questa idea di vita e morte così vicine mi ha sempre affascinato. La naturalezza delle cose. C’è poco da fare. Quando Paolo mi ha chiesto: “Quindi per il mio compleanno saremo anche un po’ tristi?”, gli ho risposto: “Sì, ma non ci dimenticheremo mai del nonno e lo sentirai ancora più vicino”. “Allora, va bene”, ha risposto.

Il Giusepì era un personaggio. Non di quelli che salgono sugli altari, anzi, proprio il contrario. Di quelle persone, di cui i nostri piccoli paesi sono pieni, che pur rimanendo nell’ombra diventano icone. Gli aneddoti della loro vita sorpassano il “mostrarsi”, rendendoli unici. Qualche anno fa è morto il suo migliore amico, il Giuani del Bidèl. Insieme ad un altro Giovanni erano inseparabili. E dai racconti, ne hanno combinate proprio delle belle. I migliori aneddoti sono sempre stati quelli in cui raccontava le sue vicende di “tutto-fare” quando lavorava in ospedale: nel corso della giornata si ritrovava a fare le pulizie, assistere gli ammalati, guidare l’autoambulanza. Cose di altri tempi.

Il nonno Beppe lo si incontrava spesso. Era un gran camminatore, abituato a macinare chilometri tutti i giorni. Se non era a piedi era in bicicletta. Famose le sue pedalate fino al lago e ritorno. Durante le mie corsette era inevitabile che ci incrociassimo. Un saluto, due parole e via per la nostra strada. Penso che la sua migliore “impresa” rimanga il giro del Cir, una montagna al termine della Val Gardena. All’età di 76 anni lo abbiamo portato su e giù dai passi attorno ai 2.300 metri. Una camminata, fatta in mocassini, lunga e stancante per noi. Immaginiamoci per lui. Era contentissimo.

Il Giusepì stava bene a tavola. Spesso era quella di casa sua. Convocava figli e figlie e preparava la grigliata per tutte le famiglie. I polli li allevava lui, quindi rimarranno nella storia come i più buoni mai mangiati. Anche quando si andava in giro il suo momento preferito era il pranzo. Fino alla fine, nonostante i dolori, chiedeva di accompagnarlo a fare improbabili aperitivi qua e là: il lago era nel suo immaginario il luogo perfetto per queste mini vacanze di qualche ora.

E così, il nonno Beppe ha detto “ciao”. Soffriva tantissimo, alla fine. Era diventato un mucchietto di ossa. Nel suo solito stile silenzioso ha chiuso gli occhi. Ci mancherà tanto.



La paura

7 07 2019

Camminavo con Thomas in fondo al gruppo. Ultimi. Per aiutare il tempo a scorrere sui chilometri, ha deciso di fare una domanda: “Quali sono le tue cinque più grandi paure?”. La sua più difficile da gestire la chiama del 90%. Cioè di arrivare tanto vicino alla meta, ma di non riuscire mai a raggiungerla. Mi raccontava, ad esempio, di quella volta che è arrivato a due metri dalla cima di una vetta in scalata e si è bloccato.

Ora toccava a me. Gli ho detto che stava per iniziare l’estate e mi stavo chiedendo cosa mi sarebbe successo quest’anno, se sarei riuscito a fermarmi prima di fare l’ennesimo salto, gioco strano su qualche muretto o qualche altra cosa che portasse con sé il rischio di un mio dolore. Ho spiegato che la paura non è tanto nel farmi male, quanto piuttosto nel continuare a chiedermi se riuscirò a capire “quell’istante in cui fermarmi”. Lo conosco quando arriva; è un un brivido di un attimo che mi fa lanciare nel gesto, a volte nel vuoto. So che lì dentro c’è tanta vita, energia, forza, ma non sempre mi fermo a pensare che il mio corpo posso sostenerne le conseguenze. Thomas si è girato verso di me e mi ha detto: “Ah, la paura dell’incoscienza!”. Gli ho sorriso. Aveva trovato la parola giusta.



Sa-Lento

22 06 2019

Era una cosa che volevo fare da tempo: camminare in Puglia. Durante le mie visite per lavoro, mi sono sempre chiesto come sarebbe stato percorrere le strade del Salento a piedi, lentamente, zaino in spalla. E così sono partito. Quattro giorni da Lecce a Santa Maria di Leuca, 120 chilometri in buona parte sulla Via Francigena del Sud. Mi aspettavo sentieri accompagnati da muretti in sasso a vista, qualche trullo, scogliere sul mare, paesini desolati all’ora di pranzo, ottimo cibo. E così è stato. Con una novità: ho percorso quelle strade con perfetti sconosciuti che giorno dopo giorno sono diventati amici. L’amicizia che nasce e cresce durante un cammino è unica. Si passa dall’incertezza iniziale alla condivisione con passi tangibili, reali, intensi. E quando arriviamo alla meta, pur sapendo che difficilmente ci incontreremo ancora, ci rendiamo conto di aver fatto qualcosa di bello, che sazia l’anima, in quel momento e nei giorni dopo, quando con la memoria torneremo in Sa-Lento. I colori del cielo e dei fiori, la freschezza del mare e il profumo dei campi hanno fatto il resto.