Silvia

3 02 2018

Questa è una storia di impegno e sacrificio, ma anche superficialità e imbarazzo. Silvia Bertagna – che è mia cugina altrimenti non saprei nulla di tutto questo – avrebbe potuto partecipare nuovamente alle olimpiadi invernali, ma qualcosa è andato storto.

Si è fatta male. Due volte dopo Sochi di quattro anni fa. Due interventi al ginocchio e due riabilitazioni andate a buon fine, tanto da riportarla sulle piste da sci. A Silvia Bertagnafare salti, ovviamente, la sua specialità. Per cercare di recuperare il tempo e i punti in classifica si è data da fare, anche i salti mortali, molto simili alla sua specialità. Due settimane fa, negli Stati Uniti si è giocata tutto: o dentro o fuori. Alle olimpiadi vanno le prime ventiquattro. Ma niente da fare: è arrivata al numero 26. Senza gli incidenti, ora sarebbe a Pyeongchang.

Passano due giorni e due atlete si ritirano. Quindi, lei avrebbe il posto. Solo che… la FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) non opziona il posto. Non si sa se per disattenzione, dimenticanza o bieco calcolo economico (un’atleta ha pur sempre un costo). E così, Silvia, starà a casa. Non basta la qualificazione sulla pista, serve qualcosa in più, che nel caso specifico non è arrivato.

Ho parlato con mio zio. Era incazzato. A modo suo, senza urlare, ma dicendo. “In Italia funziona così. Burocrazia, soldi e tutti che pensano solo al calcio”.

Chiaro: non è nulla di fronte allo sfogo di un padre a cui uccidono un figlio o una figlia. E’ solo una storia.

 

 



Il vento

19 01 2018

Nello stesso momento in cui veniva danneggiato un parco giochi a Nuoro e crollava un palo della luce a Carbonia, l’aereo su cui stavo volando cercava per la terza volta di atterrare all’aeroporto di Olbia. In circa 45 minuti ho imparato tre cose: la forza del vento, la solidità di un aereo e a cosa servono le cinture di sicurezza.

Che non fosse un volo normale l’avevo capito avvicinandomi alla Sardegna. Invece del solito mare blu che diventa turchese verso le spiagge mi sono ritrovato a scrutare un unico sfondo bianco. Le onde, si scontravano e cancellavano in un solo attimo quell’idea di mare tanto caro. Ma io volavo, mica ero su una nave dirottata in porti più calmi. Mi sentivo, in altre parole, molto più al sicuro.

Quando l’aereo ha però iniziato la sua discesa lasciandosi Tavolara alla sinistra e il Golfo degli Aranci a destra, il vento ha iniziato a farci ballare. La sensazione era quella delle montagne russe, solo che, anziché durare i cinque secondi della caduta dal punto più alto, qua c’erano sbalzi continui che solo le cinture riuscivano a contenere il fisico. L’anima e la mente, avevano già abbandonato il loro luogo per appisolarsi da qualche parte. E la sensazione è stata proprio questa: perdita di consapevolezza. Tutto veniva rallentato e mi piombavano addosso i pensieri di qualche secondo prima. Il tempo non era più lineare, ma casuale.

La pista, però era lì vicina e presto avremmo messo i piedi a terra. Non fosse che, quando mi sono trovato l’asfalto a quasi cinque metri dal finestrino, l’aereo, anziché scendere, è ripartito a razzo, con un rumore di motori imbarazzante. La prua ha puntato in alto e in poco più di dieci secondi vedevo nuovamente le case di Olbia come piccole formiche. Il comandante non se l’era sentita di portarci a terra.

Rifacciamo un giro e poi via, ci incanaliamo nuovamente per un nuovo tentativo che viene presto abbandonato. Il cervello fa strani pensieri a questo punto, compreso quello, banale, me ne rendo conto, di ritenere che ai piloti della Meridiana diano una scheda punti se i voli hanno più consumo di carburante. Ma appunto, non ero molto in grado di intendere e volere.

“Signori e signore è il comandante che vi parla. Come avete visto abbiamo provato ad atterrare ma non ci sono le condizioni per farlo. Proverò tra cinque minuti ancora e sarà l’ultima volta. Se non ci riesco vi porto a Cagliari”. Boato. Giuro, qua è scattato il boato. La gente contenta di andare a Cagliari, anche se lì sotto c’erano i parenti e gli amici ad attenderli. Vivi, però. Quindi, meglio un baratto di oltre tre ore di viaggio in autobus che un errore di atterraggio.

Io l’avevo già data persa. Avrei chiamato gli amici del Comune di Olbia e avrei rimandato il corso ad altra data. E già mi vedevo a fare una corsetta sul lungo mare del Poetto di Cagliari. Ed, invece, il comandante è sceso, si è avvicinato e quando ho visto la pista, stavolta, ha posato le ruote a terra. Applausi per cinque minuti, urli, felicità. Finora ero stato calmo. Non avevo paura, davvero. Mi sentivo tranquillo. Avevo metabolizzato che non c’era niente che potessi fare e che, forse, anche l’autista voleva sopravvivere. Quindi ero in buone mani. Sì, certo. Come tutti avevo rischiato di vomitare più volte, ma mai nel dubbio di non sopravvivere. Però… sì, appena l’aereo si è fermato e il motore si è spento le gambe hanno iniziato a tremare. Dopo, non durante. E avevo addosso un unico desiderio. Quello di mettere i piedi per terra, camminare un po’. Chiedevo solo questo: fare due passi.

Poi li ho fatti. Sono andato al noleggio auto e ho sbagliato per due volte il codice pin della carta di credito. Ho chiamato il “time” ed ho atteso che il mio cervello tornasse a casa. Poi ho sbrigato le pratiche. E con calma è tornata anche l’anima.



Il lampo di genio

30 12 2017

Delle frasi dei figli, più di tutto mi colpisce la genialità. Certo, anche le battute simpatiche fanno sorridere, ma quello che più mi fa riflettere è quel lampo di genio che passa nella loro testa senza peraltro che se ne accorgano. Un’idea pulita, insomma. Lontana da conseguenze o ragionamenti razionali. Così come viene, la buttano fuori. Ne metto tre, una per ciascuno.

 

– Secondo me, figlio mio, quando sarai grande, sputtanerai tutti i tuoi soldi nelle scommesse!

– Scommetti di no?

 

– Papà, qua vogliono sapere se “sedia” è un nome composto. Si o no?

– Boh, te cosa dici?

– Per me sì

– Ah, sì? E composto da cosa?

– Dal legno.

 

– Papà, ho una domanda.

– Dimmi

– Ma se un cane entra nel laboratorio di un paleontologo, sono guai?

 

 



Mazinga Z Infinity

5 11 2017

A vedere Mazinga Z Infinity al cinema eravamo in dieci. Mio figlio, di otto anni e altri nove di un’età (in)definita dai 45 ai 55 anni. Il fuori luogo, ovviamente, era il piccolo Paolo. Sgomberiamo ogni dubbio: questo film è per nostalgici e fa leva su quella sensazione diffusa per la quale l’uomo (umanità), ogni tanto vuole provare a rivivere quello che ha vissuto da bambino: che sia un cibo, un panorama, un viaggio o un cartone animato non conta. Tornare indietro nel tempo è uno sport che di tanto in tanto viene praticato. Io penso, che quando porta con sé emozioni positive, debba essere praticato. Allora, la domanda è: cosa ci faceva lì in mezzo alla folla retrò mio figlio di otto anni? Niente, mi spiegava i dettagli tecnici di Mazinga in quanto grande esperto dopo aver visionato tutte le puntate dai cinque ai sei anni. “Colpa” mia o di mio padre, ma si è divorato tutta la serie.infi

Veniamo agli appunti. Mazinga non era il mio robot preferito. Amavo di più Goldrake. Tra i vari pensieri di ieri, durante la proiezione, c’era la riflessione sul desiderio che avevo, da piccolo, di vedere le trasformazioni, cioè quelle fasi in cui i robot si compongono. Più erano complicate e più stavo incollato allo schermo aspettando che lo rifacessero. Quella di Daitarn 3 era fenomenale, ma anche Jeeg non scherzava; Actarus che si gettava per la botola per andare a pilotare Goldrake l’avrò imitato all’infinito. Allora, ieri, pensavo che per volare ci bastava poco. Occhi incantati su questi meccanismi che al giorno d’oggi sembrano scontati, ovvi, superati. Ma per noi erano sogni.

Andava apprezzato anche un altro aspetto di queste serie: la capacità di delineare i personaggi cattivi. Ci veniva spiegato perchè volevano conquistare la terra, quali erano i loro credo, cosa avrebbero fatto dopo, mettendo in luce anche aspetti negativi e contrastanti.

E poi, ieri, finalmente, ho visto realizzarsi una cosa che non mi ero mai spiegato. Cioè: perché i mostri nemici, anziché attaccare tutti insieme a fine mese, attaccavano i nostri beniamini una puntata alla volta? Sarebbe bastato aspettare un po’ per sferzare un epico attacco e distruggere la terra. E invece no, si ostinavo a fare un assalto a puntata. Ci credo che poi perdevano.

In Mazinga Z Infinity, invece, accade davvero quello che ho sempre desiderato: uno contro tutti. E indovinate: vince Mazinga lo stesso! con commento finale di mio figlio: “Che burdel che l’ha fat ső!” (che casino che ha fatto!).

 



Il fine settimana di tendenza

21 10 2017

Oggi mi sento in vena di consigli per gli acquisti. Quando si arriva alla domenica sera e si deve decidere se uscire con gli amici oppure fare qualcos’altro di originale vi suggerisco di prenotare un volo con l’Alitalia e di recarvi puntualmente all’aeroporto prima della partenza. Poi lasciate fare tutto agli eventi e vi si spalancherà davanti la nuova tendenza per chiudere nel migliore dei modi il fine settimana. Segnatevi gli orari di questa felice storia perché hanno la loro importanza.

Il mio volo è in partenza alle ore 21:30. Arrivo in aeroporto poco più di un’ora prima e noto sugli schermi che il decollo avverrà alle 22:20. Sono felice: nemmeno un’ora di ritardo con l’Alitalia equivale alla puntualità di un treno svizzero. Alle 22:15 ci comunicano che l’aeromobile in arrivo da Roma atterrerà alle 22:36 e a quel punto inizieranno le operazioni di imbarco. Mi avvicino al gate sempre sorridente pensando che è quasi fatta. Arriverò a Brindisi a mezzanotte e domani mattina sarò pronto per il corso di formazione. Alle 22:42 senza nessuna comunicazione sullo schermo appare l’orario aggiornato per il decollo: le 23:45. A questo punto ci sono due opzioni: o incazzarsi e buttare definitivamente via la domenica sera oppure continuare a sorridere trasformando lo stato d’animo da felice a sarcastico. Rifaccio i calcoli. Se tutto va bene atterriamo alle 1:00 di notte, dovrò cercare un taxi, andare all’hotel, e tentare di addormentarmi entro le 2:00 per avere un minimo di decenza di sonno che mi permetterà di mettere insieme due concetti di fila la mattina dopo. Alle 00:15 inizia l’imbarco, passano 10 persone e poi arriva una telefonata. La hostess di terra sotto voce bisbiglia “ok, va bene” e sospende le operazioni di imbarco. I bambini presenti iniziano a piangere, gli anziani cercano da bere un po’ d’acqua, qualche adulto inizia ad insultare ad alta voce. Dopo un quarto d’ora arriva la hostess ufficiale dell’Alitalia (la si riconosce dal terribile vestito con più osceno cappellino a decoro) e, come fosse nulla, comunica a tutti quanti: “Il volo Alitalia per Brindisi è stato cancellato in quanto i piloti e il personale di bordo hanno raggiunto il limite massimo di ore giornaliere”. Che io dico: ma sti qua non sanno nemmeno quante ore fanno i piloti?! E soprattutto: perché non ce l’hanno detto quando l’aereo è partito da Roma?! Ma capisco di pretendere troppo…

A questo punto, però, giunge l’informazione che dà un senso al nuovo giorno appena iniziato. La hostess, tutta gentile ci dice: “Adesso, tutti insieme, ce ne andiamo con calma al banco del check-in e troveremo delle soluzioni per portarvi a Brindisi nei prossimi giorni”. Ha detto così, giuro: “nei prossimi giorni!”. Non è stupendo? Uno prenota il volo alla domenica sera, ma potrà arrivare a Brindisi uno qualsiasi dei “prossimi giorni”. Niente da fare, non possiamo farcela. Io avviso che non arriverò per fare il corso per il giorno a dopo e me ne torno a casa. Fine del weekend di tendenza.



La camiciaia

2 10 2017

Durante i corsi di formazione mi è capitato alcune volte di parlare di mia nonna Rosetta. È quella che ha gioito come una matta quando ha saputo che avevo vinto un concorso in un comune e che è rimasta senza fiato quando le avevo detto che il primo stipendio era di circa unmilioneottocentomila lire (a numeri non si riesce più a scrivere). È la stessa nonna che, quando ho preso il part-time, ha avuto un piccolo infarto, domandandosi come avrei fatto a vivere. Le ho spiegato, ma non l’ho mai vista convinta. Anzi. Spesso, quando andavo a trovarla, mi chiedeva: “Non è che ti sei messo in un brutto giro, neh?”. Quando al telegiornale Brunetta ha detto che i dipendenti pubblici potevano essere licenziati, mi ha convocato per un summit sul mio destino con l’ammonimento: “Non fare stupidate!”.

Ecco, quella nonna Rosetta lì, con la quale sono riuscito più volte a strappare un sorriso ai partecipanti, è morta qualche giorno fa. Aveva 96 anni.

Di lavoro faceva la camiciaia. Infatti, io, non ero conosciuto come Gianluca, bensì come il nipote della camiciaia. Inutile dire che il mio armadio era pieno di camicie fatte da lei. Ne conservo ancora e penso che da alcune non me ne distaccherò. Una volta, ma questo tempo fa, avevo osato comprarmi una camicia di jeans. E lei ci aveva fatto un altro infartino. Leggero, ma che aveva incrinato i nostri rapporti per qualche settimana. Sta cosa mi ha lasciato talmente il segno che ancora oggi faccio fatica ad entrare in un negozio per comprarmi una camicia.

La nonna Rosetta aveva una stanza tutta per lei. Da piccolo ci entravo e dove lei tagliava e cuciva, io raccoglievo da terra i pezzi di stoffa. Ci componevo dei puzzle. L’arnese da lavoro che però ammiravo più di tutti era un quaderno. Di solito, gli artigiani hanno la rubrica del telefono dei clienti. Mia nonna no. Aveva un’agenda di qualche banca nella quale segnava le misure per fare le camicie ai suoi fedeli acquirenti. Collo, lunghezza del braccio, polso, petto. Cose così. Numeri che mi sembravano infiniti. Poi faceva sempre il gioco di provare a scrivere prima le misure guardando il cliente e di andare, solo dopo, col metro a contare i centimetri. Si sbagliava di poco, pochissimo.

I ricordi della nonna sono tantissimi perché ci abitavo ad un piano sopra. Sono cresciuto con lei, che mi badava, mi controllava e mi faceva da mangiare. Si era messa in testa che amavo le tagliatelle con i piselli e non c’era niente da fare: me le trovavo un giorno sì e un giorno no. Che poi… tagliatelle con i piselli… mah.

Ecco. La nonna Rosetta. Che da qualche settimana non voleva più mangiare né alzarsi dal letto, il suo modo di farci capire che era tempo di saluti. Le ho detto che sto bene, che non ho più un posto così fisso, che le sue camicie su misura erano perfette e che con le sue parole ho fatto sorridere un po’ di persone.

La Nonna Rosetta



Un asteroide in famiglia

15 09 2017

E parliamo un po’ di questa pubblicità del Buondì Motta. Mi sono divertito a vederla. L’asteroide che precipita sulla mamma (e poi anche sul papà, che più che un padre sembra uno sfigato Alberto Angela che presenta un evento scientifico) è una soluzione visiva simpatica, che fa ridere, un po’ come gli sketch di Tom e Jerry, Braccio di Ferro, Phineas and Ferb o i miei preferiti Oggy e i maledetti scarafaggi.

D’altronde, perché non sorridere se il video è girato dentro ad un mondo finto, surreale, inventato? È un po’ come i cartoni animati che ho citato, no? Talmente assurdo che serve qualcosa di più assurdo per attirare l’attenzione.

Prendiamo l’ambientazione. Colazione in giardino. E già lì, proviamo a rispondere: quante volte in un anno facciamo colazione in giardino? E poi: che giardino! È più grande di un campo di calcio. Erba perfetta, piante pettinate all’inverosimile. Incredibile che non ci sia la piscina, anche. E rispondiamo: come è messo il nostro giardino? Quante volte all’anno ha l’erba tagliata alla perfezione con le aiuole delimitate al millesimo di centimetro?

E avanti: la distanza dalla casa. Cioè, sti qua fanno colazione a cento metri dalla casa. Ora, facciamo anche finta che la tavola sia già apparecchiata per magia al risveglio, ma proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se, una volta tutti seduti, scoprissimo che manca qualcosa; che ne so… lo zucchero? Chi va a prenderlo? Cento metri andata e cento ritorno. Io ho tre figli che se devono andare a prendere qualcosa sul bancone della cucina a tre metri dal tavolo sbuffano. E lì? Nel campo di calcio? Chi si alzerebbe per andare fino alla casa rischiando che al ritorno sia diventato tutto freddo? Voi direte: beh, dai. Quella famiglia lì avrà anche il maggiordomo… Giusto. Quindi la domanda: quanti di noi hanno alle dipendenze il maggiordomo vincitore dei 100 metri stile giardino?

Siamo nel surreale, dài, non nella vita normale.

Buondì

E i vestiti? Cioè, guardate come vanno vestiti a fare la colazione. Manca poco che sembra di essere ad un matrimonio. E i capelli della mamma e della bambina? Me ne intendo poco, ma sembrano da parrucchiera. Sti qua fanno colazione come fossero ad un ricevimento! Pimpanti come se fossero perennemente in vacanza pure… Che poi: l’emozione di vagare per la cucina in pigiama o in mutande con gli occhi assonnati senza sapere neppure cosa fare e con l’unica voglia di tornare a letto, dove è andata a finire?

Però… per le associazioni di famiglie, per i critici, per i bacchettoni, il problema è la violenza dell’asteroide che precipita sulla mamma. Qua siamo finiti in un mondo incantato che non esiste! Il problema non è l’asteroide, ve lo dico io…