La camiciaia

2 10 2017

Durante i corsi di formazione mi è capitato alcune volte di parlare di mia nonna Rosetta. È quella che ha gioito come una matta quando ha saputo che avevo vinto un concorso in un comune e che è rimasta senza fiato quando le avevo detto che il primo stipendio era di circa unmilioneottocentomila lire (a numeri non si riesce più a scrivere). È la stessa nonna che, quando ho preso il part-time, ha avuto un piccolo infarto, domandandosi come avrei fatto a vivere. Le ho spiegato, ma non l’ho mai vista convinta. Anzi. Spesso, quando andavo a trovarla, mi chiedeva: “Non è che ti sei messo in un brutto giro, neh?”. Quando al telegiornale Brunetta ha detto che i dipendenti pubblici potevano essere licenziati, mi ha convocato per un summit sul mio destino con l’ammonimento: “Non fare stupidate!”.

Ecco, quella nonna Rosetta lì, con la quale sono riuscito più volte a strappare un sorriso ai partecipanti, è morta qualche giorno fa. Aveva 96 anni.

Di lavoro faceva la camiciaia. Infatti, io, non ero conosciuto come Gianluca, bensì come il nipote della camiciaia. Inutile dire che il mio armadio era pieno di camicie fatte da lei. Ne conservo ancora e penso che da alcune non me ne distaccherò. Una volta, ma questo tempo fa, avevo osato comprarmi una camicia di jeans. E lei ci aveva fatto un altro infartino. Leggero, ma che aveva incrinato i nostri rapporti per qualche settimana. Sta cosa mi ha lasciato talmente il segno che ancora oggi faccio fatica ad entrare in un negozio per comprarmi una camicia.

La nonna Rosetta aveva una stanza tutta per lei. Da piccolo ci entravo e dove lei tagliava e cuciva, io raccoglievo da terra i pezzi di stoffa. Ci componevo dei puzzle. L’arnese da lavoro che però ammiravo più di tutti era un quaderno. Di solito, gli artigiani hanno la rubrica del telefono dei clienti. Mia nonna no. Aveva un’agenda di qualche banca nella quale segnava le misure per fare le camicie ai suoi fedeli acquirenti. Collo, lunghezza del braccio, polso, petto. Cose così. Numeri che mi sembravano infiniti. Poi faceva sempre il gioco di provare a scrivere prima le misure guardando il cliente e di andare, solo dopo, col metro a contare i centimetri. Si sbagliava di poco, pochissimo.

I ricordi della nonna sono tantissimi perché ci abitavo ad un piano sopra. Sono cresciuto con lei, che mi badava, mi controllava e mi faceva da mangiare. Si era messa in testa che amavo le tagliatelle con i piselli e non c’era niente da fare: me le trovavo un giorno sì e un giorno no. Che poi… tagliatelle con i piselli… mah.

Ecco. La nonna Rosetta. Che da qualche settimana non voleva più mangiare né alzarsi dal letto, il suo modo di farci capire che era tempo di saluti. Le ho detto che sto bene, che non ho più un posto così fisso, che le sue camicie su misura erano perfette e che con le sue parole ho fatto sorridere un po’ di persone.

La Nonna Rosetta


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