Sa-Lento

22 06 2019

Era una cosa che volevo fare da tempo: camminare in Puglia. Durante le mie visite per lavoro, mi sono sempre chiesto come sarebbe stato percorrere le strade del Salento a piedi, lentamente, zaino in spalla. E così sono partito. Quattro giorni da Lecce a Santa Maria di Leuca, 120 chilometri in buona parte sulla Via Francigena del Sud. Mi aspettavo sentieri accompagnati da muretti in sasso a vista, qualche trullo, scogliere sul mare, paesini desolati all’ora di pranzo, ottimo cibo. E così è stato. Con una novità: ho percorso quelle strade con perfetti sconosciuti che giorno dopo giorno sono diventati amici. L’amicizia che nasce e cresce durante un cammino è unica. Si passa dall’incertezza iniziale alla condivisione con passi tangibili, reali, intensi. E quando arriviamo alla meta, pur sapendo che difficilmente ci incontreremo ancora, ci rendiamo conto di aver fatto qualcosa di bello, che sazia l’anima, in quel momento e nei giorni dopo, quando con la memoria torneremo in Sa-Lento. I colori del cielo e dei fiori, la freschezza del mare e il profumo dei campi hanno fatto il resto.



Piccole sfide

28 01 2019

Tra le sfide che più mi coinvolgono, quelle geografiche sono certamente le più interessanti. Sarà perché viviamo in questo mondo, ma scoprire cose nuove dei luoghi che attraverso mi intriga da sempre. Il lavoro mi aiuta, certo. Sballottato di qua e di là ho la possibilità di guardarmi attorno e così nascono delle piccole sfide. Non sono mai programmate, ma crescono strada facendo. Come quella di mettere i piedi nelle venti regioni in un solo anno oppure di toccare un buon numero di capitali (nel 2018, ad esempio, ben otto). Poi ci sono anche dei piccoli “impegni”: ogni anno atterrare in un aeroporto nuovo o prendere un treno da una stazione in cui non mi sono mai fermato. Giochini che stimolano a stare svegli. Nel 2018, poi, me n’è capitata una che mi piace molto. Sono stato nel medesimo anno sia al Meridiano Zero che all’Equatore. Le origini delle coordinate della nostra terra. Ecco, un piccolo brivido a pensarci un po’ su.



Il momento dell’estate

31 08 2018

Chi mi legge su questo blog, sa che è giunto il momento di scoprire che cosa mi sono rotto in questa estate. Dopo i legamenti al ginocchio giocando a bandiera e dopo la spalla camminando ad occhi chiusi su un muretto, l’anno scorso avevo avuto la malaugurata idea di lanciarmi in mare da più di 12 metri con contusione al collo che mi ha portato un inverno ricco di non gradevoli cervicali. E quest’anno?

Inutile dire che il “colpo di Genio” è arrivato, immancabile, anzi puntualissimo. Risultato: rottura del secondo, terzo e quarto metatarso del piede sinistro. Prognosi: riposo, stampelle e “prima poi tornerai a camminare bene”.

Le cose sono andate così. Mi trovavo a fare canyoning in Svizzera con un gruppo di amici. Su e giù per i torrenti. Il primo giorno tutto era andato liscio. Abbiamo fatto il Cresciano integrale che è una forra di circa 8 ore di percorrenza. Tante botte qua e là, ma grande soddisfazione a compensare i dolori. Il giorno dopo, invece, l’obiettivo era il Pontirone, breve, ma forse il più scenico della zona. Si inizia con una calata nel vuoto di circa 35 metri vicino alla cascata. La più bella mai fatta. Poi arriva un toboga (scivolo di roccia naturale che termina in acqua). Siccome avevo un po’ mal di schiena, è arrivato l’istinto: io salto. E così, da due metri mi butto nella pozza che però non era libera, ma a pochi centimetri dall’acqua nascondeva un sasso piuttosto solido. Ci sbatto su il piede, urlo e fine, non riesco più a camminare. Per uscire dal canyon mancava ancora un’oretta e così sono stato assistito dagli altri. Arriviamo, mi tolgo la muta e fine della vacanza. Torniamo a casa.

Tutti sanno che per il piede esiste una regola sacrosanta che afferma: “se non lo appoggi vuol dire che c’è qualcosa di rotto” (chiedete ai vostri genitori e ai vostri amici, la sanno tutti). Io, nemmeno potevo sfiorare il pavimento e, quindi, con questa sicurezza professionale acquisita dalla tradizione, mi presento per le lastre al pronto soccorso. Quando l’ortopedico mi dice: “non c’è niente di rotto”, lo guardo e gli insegno: “no, guardi, qualcosa ci deve essere, vede qui e qui?”. Lui riguarda la lastra e mi dice: “è tutto ok, ma se vuole le dico che è rotto qualcosa”. Mi zittisco ed esco. Non una fasciatura, un bendaggio, niente.

Dopo una settimana il piede è ancora un salame. Faccio una risonanza magnetica e si scopre che, invece, le fratture ci sono. E qua finisce la storia. “Prima o poi tornerai a camminare bene” mi ha detto l’ortopedico. Grazie al cielo non son uno di quelli che vuole sapere con precisione i tempi di guarigione o che ha una vita super-programma. Prima o poi…



Le assunzioni nel 2037

11 03 2018

Qualche settimana fa mi è capitato di tenere il corso più difficile della storia. Appena arrivato alla sede dell’hotel e aver visto la locandina all’ingresso della sala, ho capito che sarebbe stata una giornata in salita. La programmazione “triennale” dei piani dei fabbisogni avrebbe assunto un drastico allungamento: avrei dovuto spiegare le assunzioni e la gestione del salario accessorio nel 2037.

Locandina corsoChe sarebbe come a dire che il legislatore, da adesso in poi, non modifica più le percentuali del turn-over… ma chi ci crede!

Tra l’altro, non è servita neppure la sfera di cristallo: al momento attuale l’art. 3 del d.l. 90/2014 afferma che “a decorrere” dal 2018 la percentuale è del 100% della spesa dei cessati nell’anno precedente. Quindi, io, la risposta ce l’avrei anche: nel 2037 potremo sostituire interamente i cessati.

Dopo il CCNL, che ha confermato i limiti del d.lgs. 75/2017, potrei anche immaginare il tetto del trattamento accessorio, ma preferisco soprassedere per non rischiare di presagire il peggio.

E questo è quanto. Ma che non si dica mai più che la pubblica amministrazione non sa programmare…



Il vento

19 01 2018

Nello stesso momento in cui veniva danneggiato un parco giochi a Nuoro e crollava un palo della luce a Carbonia, l’aereo su cui stavo volando cercava per la terza volta di atterrare all’aeroporto di Olbia. In circa 45 minuti ho imparato tre cose: la forza del vento, la solidità di un aereo e a cosa servono le cinture di sicurezza.

Che non fosse un volo normale l’avevo capito avvicinandomi alla Sardegna. Invece del solito mare blu che diventa turchese verso le spiagge mi sono ritrovato a scrutare un unico sfondo bianco. Le onde, si scontravano e cancellavano in un solo attimo quell’idea di mare tanto caro. Ma io volavo, mica ero su una nave dirottata in porti più calmi. Mi sentivo, in altre parole, molto più al sicuro.

Quando l’aereo ha però iniziato la sua discesa lasciandosi Tavolara alla sinistra e il Golfo degli Aranci a destra, il vento ha iniziato a farci ballare. La sensazione era quella delle montagne russe, solo che, anziché durare i cinque secondi della caduta dal punto più alto, qua c’erano sbalzi continui che solo le cinture riuscivano a contenere il fisico. L’anima e la mente, avevano già abbandonato il loro luogo per appisolarsi da qualche parte. E la sensazione è stata proprio questa: perdita di consapevolezza. Tutto veniva rallentato e mi piombavano addosso i pensieri di qualche secondo prima. Il tempo non era più lineare, ma casuale.

La pista, però era lì vicina e presto avremmo messo i piedi a terra. Non fosse che, quando mi sono trovato l’asfalto a quasi cinque metri dal finestrino, l’aereo, anziché scendere, è ripartito a razzo, con un rumore di motori imbarazzante. La prua ha puntato in alto e in poco più di dieci secondi vedevo nuovamente le case di Olbia come piccole formiche. Il comandante non se l’era sentita di portarci a terra.

Rifacciamo un giro e poi via, ci incanaliamo nuovamente per un nuovo tentativo che viene presto abbandonato. Il cervello fa strani pensieri a questo punto, compreso quello, banale, me ne rendo conto, di ritenere che ai piloti della Meridiana diano una scheda punti se i voli hanno più consumo di carburante. Ma appunto, non ero molto in grado di intendere e volere.

“Signori e signore è il comandante che vi parla. Come avete visto abbiamo provato ad atterrare ma non ci sono le condizioni per farlo. Proverò tra cinque minuti ancora e sarà l’ultima volta. Se non ci riesco vi porto a Cagliari”. Boato. Giuro, qua è scattato il boato. La gente contenta di andare a Cagliari, anche se lì sotto c’erano i parenti e gli amici ad attenderli. Vivi, però. Quindi, meglio un baratto di oltre tre ore di viaggio in autobus che un errore di atterraggio.

Io l’avevo già data persa. Avrei chiamato gli amici del Comune di Olbia e avrei rimandato il corso ad altra data. E già mi vedevo a fare una corsetta sul lungo mare del Poetto di Cagliari. Ed, invece, il comandante è sceso, si è avvicinato e quando ho visto la pista, stavolta, ha posato le ruote a terra. Applausi per cinque minuti, urli, felicità. Finora ero stato calmo. Non avevo paura, davvero. Mi sentivo tranquillo. Avevo metabolizzato che non c’era niente che potessi fare e che, forse, anche l’autista voleva sopravvivere. Quindi ero in buone mani. Sì, certo. Come tutti avevo rischiato di vomitare più volte, ma mai nel dubbio di non sopravvivere. Però… sì, appena l’aereo si è fermato e il motore si è spento le gambe hanno iniziato a tremare. Dopo, non durante. E avevo addosso un unico desiderio. Quello di mettere i piedi per terra, camminare un po’. Chiedevo solo questo: fare due passi.

Poi li ho fatti. Sono andato al noleggio auto e ho sbagliato per due volte il codice pin della carta di credito. Ho chiamato il “time” ed ho atteso che il mio cervello tornasse a casa. Poi ho sbrigato le pratiche. E con calma è tornata anche l’anima.



Mazinga Z Infinity

5 11 2017

A vedere Mazinga Z Infinity al cinema eravamo in dieci. Mio figlio, di otto anni e altri nove di un’età (in)definita dai 45 ai 55 anni. Il fuori luogo, ovviamente, era il piccolo Paolo. Sgomberiamo ogni dubbio: questo film è per nostalgici e fa leva su quella sensazione diffusa per la quale l’uomo (umanità), ogni tanto vuole provare a rivivere quello che ha vissuto da bambino: che sia un cibo, un panorama, un viaggio o un cartone animato non conta. Tornare indietro nel tempo è uno sport che di tanto in tanto viene praticato. Io penso, che quando porta con sé emozioni positive, debba essere praticato. Allora, la domanda è: cosa ci faceva lì in mezzo alla folla retrò mio figlio di otto anni? Niente, mi spiegava i dettagli tecnici di Mazinga in quanto grande esperto dopo aver visionato tutte le puntate dai cinque ai sei anni. “Colpa” mia o di mio padre, ma si è divorato tutta la serie.infi

Veniamo agli appunti. Mazinga non era il mio robot preferito. Amavo di più Goldrake. Tra i vari pensieri di ieri, durante la proiezione, c’era la riflessione sul desiderio che avevo, da piccolo, di vedere le trasformazioni, cioè quelle fasi in cui i robot si compongono. Più erano complicate e più stavo incollato allo schermo aspettando che lo rifacessero. Quella di Daitarn 3 era fenomenale, ma anche Jeeg non scherzava; Actarus che si gettava per la botola per andare a pilotare Goldrake l’avrò imitato all’infinito. Allora, ieri, pensavo che per volare ci bastava poco. Occhi incantati su questi meccanismi che al giorno d’oggi sembrano scontati, ovvi, superati. Ma per noi erano sogni.

Andava apprezzato anche un altro aspetto di queste serie: la capacità di delineare i personaggi cattivi. Ci veniva spiegato perchè volevano conquistare la terra, quali erano i loro credo, cosa avrebbero fatto dopo, mettendo in luce anche aspetti negativi e contrastanti.

E poi, ieri, finalmente, ho visto realizzarsi una cosa che non mi ero mai spiegato. Cioè: perché i mostri nemici, anziché attaccare tutti insieme a fine mese, attaccavano i nostri beniamini una puntata alla volta? Sarebbe bastato aspettare un po’ per sferzare un epico attacco e distruggere la terra. E invece no, si ostinavo a fare un assalto a puntata. Ci credo che poi perdevano.

In Mazinga Z Infinity, invece, accade davvero quello che ho sempre desiderato: uno contro tutti. E indovinate: vince Mazinga lo stesso! con commento finale di mio figlio: “Che burdel che l’ha fat ső!” (che casino che ha fatto!).

 



G come Genio

31 08 2017

Il colpo di genio che ho avuto quest’anno si chiama: “Salto in acqua da un’altezza di dodici metri”. La cosa imbarazzante è la mia incapacità di imparare dagli errori precedenti. Per farmi capire che c’è un limite e una decenza a tutto, non è bastato cadere lo scorso anno dal muretto su cui camminavo ad occhi chiusi (per il resoconto cliccare QUI). Con un anno in più, giusto cercare la genialità altrove.

Dopo un bel percorso a piedi arriviamo a Cala Goloritzè, una delle più belle spiagge della Sardegna (dicono di Italia o del mondo intero addirittura). Un po’ sulla destra c’è un ponte naturale di maestosa bellezza. Ci arriviamo a nuoto. Mio figlio Lorenzo, che si diletta frequentemente in attività di canyoning, punta decisamente a scalare l’arco, chiedendomi se può fare il salto. Lui ha già fatto salti da una ventina di metri, quindi non vedo problema. Metto quindi in atto una delle regole fondamentali della mia vita con i miei figli: vai avanti tu, che se poi sopravvivi ci provo anch’io (lo so che in giro ci sono papà che fanno il contrario, prima loro e poi i figli…). E così è stato. Lorenzo si butta, fa un salto perfetto, la gente, lì attorno sulle barche, applaude.

Intanto mi arrampico anch’io. Arrivo in cima e mi dico: perché no? A volte la punteggiatura fa la differenza. Un punto esclamativo invece di un punto di domanda e tutto si risolve. Quindi, mi tuffo. Altezza stimata: 12 metri. Cado in maniera assurda. Tutto storto. Mi accorgo di un’ondata pazzesca che mi avvolge dalle costole al lato sinistro del viso. Il collo va per conto suo. Esco dall’acqua e come se niente fosse dico: “Certo che non si arriva più con questo salto…” senza accorgermi che la gente attorno (figli compresi) sta ridendo di gusto. Faccio il gaggio e facendo finta di niente mi allontano a nuoto. Girato l’angolo, però, inizio a insultarmi per il dolore che ho addosso anche se, come spesso accade in questi casi, subito sembra tutto a posto.

Sono passati due giorni. Mi sento tutto rimbecillito (e lo sono), dolori da tutte le parti e in perenne stato d’assedio contro me stesso. Et voilà. Ecco il colpo di genio 2017.

L=Salto di Lorenzo G=Salto del Genio

L=Salto di Lorenzo G=Salto del Genio