Il nonno Beppe

20 07 2019

E così, qualche giorno fa, il nonno Beppe è morto. Mio suocero aveva 88 anni. Ha deciso di salutarci il giorno del compleanno del mio figlio più piccolo. Lo reputo un omaggio, sperando di non sconvolgere i sentimenti di nessuno. Pensare a questa idea di vita e morte così vicine mi ha sempre affascinato. La naturalezza delle cose. C’è poco da fare. Quando Paolo mi ha chiesto: “Quindi per il mio compleanno saremo anche un po’ tristi?”, gli ho risposto: “Sì, ma non ci dimenticheremo mai del nonno e lo sentirai ancora più vicino”. “Allora, va bene”, ha risposto.

Il Giusepì era un personaggio. Non di quelli che salgono sugli altari, anzi, proprio il contrario. Di quelle persone, di cui i nostri piccoli paesi sono pieni, che pur rimanendo nell’ombra diventano icone. Gli aneddoti della loro vita sorpassano il “mostrarsi”, rendendoli unici. Qualche anno fa è morto il suo migliore amico, il Giuani del Bidèl. Insieme ad un altro Giovanni erano inseparabili. E dai racconti, ne hanno combinate proprio delle belle. I migliori aneddoti sono sempre stati quelli in cui raccontava le sue vicende di “tutto-fare” quando lavorava in ospedale: nel corso della giornata si ritrovava a fare le pulizie, assistere gli ammalati, guidare l’autoambulanza. Cose di altri tempi.

Il nonno Beppe lo si incontrava spesso. Era un gran camminatore, abituato a macinare chilometri tutti i giorni. Se non era a piedi era in bicicletta. Famose le sue pedalate fino al lago e ritorno. Durante le mie corsette era inevitabile che ci incrociassimo. Un saluto, due parole e via per la nostra strada. Penso che la sua migliore “impresa” rimanga il giro del Cir, una montagna al termine della Val Gardena. All’età di 76 anni lo abbiamo portato su e giù dai passi attorno ai 2.300 metri. Una camminata, fatta in mocassini, lunga e stancante per noi. Immaginiamoci per lui. Era contentissimo.

Il Giusepì stava bene a tavola. Spesso era quella di casa sua. Convocava figli e figlie e preparava la grigliata per tutte le famiglie. I polli li allevava lui, quindi rimarranno nella storia come i più buoni mai mangiati. Anche quando si andava in giro il suo momento preferito era il pranzo. Fino alla fine, nonostante i dolori, chiedeva di accompagnarlo a fare improbabili aperitivi qua e là: il lago era nel suo immaginario il luogo perfetto per queste mini vacanze di qualche ora.

E così, il nonno Beppe ha detto “ciao”. Soffriva tantissimo, alla fine. Era diventato un mucchietto di ossa. Nel suo solito stile silenzioso ha chiuso gli occhi. Ci mancherà tanto.



Un sottile filo di collegamento

13 01 2019

L’Africa mi ha sempre affascinato. Più di tutto quell’idea di poter far qualcosa insieme. Nel 1985, l’anno di terribile carestia che ha portato Bob Geldof ad organizzare il Live Aid, avevo 15 anni. Il centro dell’adolescenza. E da lì in poi ho iniziato ad interessarmi del problema. Ho anche tanto studiato, approfondito, ragionato.

Ci sono tre persone che hanno lasciato il segno.

La prima è don Daniele che era stato curato nel mio paese. Ad un certo punto l’hanno chiamato in Etiopia e lui è partito. Io sono andato a trovarlo due volte. Nel 1993 e nel 1995. Poi è morto. A 41 anni. Un tumore ai polmoni. È una delle persone che più mi manca in assoluto.

Negli stessi anni, Alex Zanotelli, partiva per il Kenya. Dopo strani percorsi riesce ad arrivare a Korogocho, una delle baraccopoli di Nairobi, quella più vicina alla discarica. Lì vive in mezzo alla gente e con le persone crea diversi progetti. È tutto raccontato nel libro “Korogocho, alla scuola dei poveri”. L’avevo divorato e sottolineato. Nel libro c’è anche una visione di Dio che sento molto vicina.

Terzo: Sandro Bobba. Volontario della LVIA, una Ong che svolge attività di cooperazione internazionale, prevalentemente nel ramo dell’acqua. Portatori d’acqua. È stato per undici anni il presidente dell’Associazione oltre ad aver vissuto diversi anni in Africa.

Durante le vacanze di Natale ho tirato un filo e ho creato il collegamento ideale: con nel cuore don Daniele, sono stato nei posti di Alex Zanotelli insieme a Sandro Bobba.

Dodici giorni in Kenya per un’esperienza di conoscenza e condivisione; attorno a Nairobi per vedere i progetti della LVIA e per mettere i piedi a Korogocho.

D’altronde il mal d’Africa era latente. Sapevo che prima o poi sarebbe ritornato. E così è stato.

(… continua …)



La camiciaia

2 10 2017

Durante i corsi di formazione mi è capitato alcune volte di parlare di mia nonna Rosetta. È quella che ha gioito come una matta quando ha saputo che avevo vinto un concorso in un comune e che è rimasta senza fiato quando le avevo detto che il primo stipendio era di circa unmilioneottocentomila lire (a numeri non si riesce più a scrivere). È la stessa nonna che, quando ho preso il part-time, ha avuto un piccolo infarto, domandandosi come avrei fatto a vivere. Le ho spiegato, ma non l’ho mai vista convinta. Anzi. Spesso, quando andavo a trovarla, mi chiedeva: “Non è che ti sei messo in un brutto giro, neh?”. Quando al telegiornale Brunetta ha detto che i dipendenti pubblici potevano essere licenziati, mi ha convocato per un summit sul mio destino con l’ammonimento: “Non fare stupidate!”.

Ecco, quella nonna Rosetta lì, con la quale sono riuscito più volte a strappare un sorriso ai partecipanti, è morta qualche giorno fa. Aveva 96 anni.

Di lavoro faceva la camiciaia. Infatti, io, non ero conosciuto come Gianluca, bensì come il nipote della camiciaia. Inutile dire che il mio armadio era pieno di camicie fatte da lei. Ne conservo ancora e penso che da alcune non me ne distaccherò. Una volta, ma questo tempo fa, avevo osato comprarmi una camicia di jeans. E lei ci aveva fatto un altro infartino. Leggero, ma che aveva incrinato i nostri rapporti per qualche settimana. Sta cosa mi ha lasciato talmente il segno che ancora oggi faccio fatica ad entrare in un negozio per comprarmi una camicia.

La nonna Rosetta aveva una stanza tutta per lei. Da piccolo ci entravo e dove lei tagliava e cuciva, io raccoglievo da terra i pezzi di stoffa. Ci componevo dei puzzle. L’arnese da lavoro che però ammiravo più di tutti era un quaderno. Di solito, gli artigiani hanno la rubrica del telefono dei clienti. Mia nonna no. Aveva un’agenda di qualche banca nella quale segnava le misure per fare le camicie ai suoi fedeli acquirenti. Collo, lunghezza del braccio, polso, petto. Cose così. Numeri che mi sembravano infiniti. Poi faceva sempre il gioco di provare a scrivere prima le misure guardando il cliente e di andare, solo dopo, col metro a contare i centimetri. Si sbagliava di poco, pochissimo.

I ricordi della nonna sono tantissimi perché ci abitavo ad un piano sopra. Sono cresciuto con lei, che mi badava, mi controllava e mi faceva da mangiare. Si era messa in testa che amavo le tagliatelle con i piselli e non c’era niente da fare: me le trovavo un giorno sì e un giorno no. Che poi… tagliatelle con i piselli… mah.

Ecco. La nonna Rosetta. Che da qualche settimana non voleva più mangiare né alzarsi dal letto, il suo modo di farci capire che era tempo di saluti. Le ho detto che sto bene, che non ho più un posto così fisso, che le sue camicie su misura erano perfette e che con le sue parole ho fatto sorridere un po’ di persone.

La Nonna Rosetta



L’indiano

21 01 2017

È noto a tutti che quando si pratica l’attività sportiva della corsa il tempo non passa mai. Addirittura, correndo, succede una cosa incredibile di questi tempi: si pensa. Per superare questo grande pericolo, ci sono due soluzioni: andare con un amico oppure accendere la musica. Questa mattina, prima di lasciarmi andare alle note delle canzoni che danno la carica (una su tutte mi fa impazzire e accelerare: “Stressed out” dei Twenty one pilots), ho persino fatto un discorso immaginario denso di dialoghi con un signore indiano in bicicletta che ho avuto l’ardore e l’ardire di superare.

Il puntino all’orizzonte si è sempre fatto più vicino fino a scoprire la massiccia figura con il turbante in testa. Nella zona vivono tanti indiani, i quali hanno il 99% del business della distribuzione della pubblicità nelle case. Pedalava lentamente, con la tunica che cadeva qua e là sui fianchi. Tanto lentamente, che secondo me stava sfidando le leggi di gravità. Piedi leggermente allargati e schiena buttata un po’ all’indietro. Lo affianco, saluto e sorpasso. E poi inizia il mio dialogo (ma è un monologo, chiaro) immaginario.

Ciao. Come ti chiami, è tanto che sei in Italia. Come mai vai così piano. Sai che io ci ho visto una metafora della vita poco fa? Tu che lentamente torni verso casa ed io che esco di casa per andare a correre. Non ne ho abbastanza di correre tutto il giorno che ho bisogno di un momento di lentezza per andare a correre. Un controsenso, ma è così. Tu, invece, bello bello, vivi lento ora e sempre, magari chissà, gustandoti più la vita. A me la vita corre via e quando posso fermarmi un po’, esco e corro. Non ti sembra strano? Che poi dico, c’è anche sta cosa qua che mentre tu, si vede, nel tuo lento pedalare stai ben bene con te stesso, io mi ritrovi persino qua a trovare il tempo e la presunzione di farmi i cazzi tuoi. Ah, sai. Visto che ci siamo te lo chiedo. Lo sai perché nella distribuzione della pubblicità non arrivate al 100%? Perché noi abbiamo “l’amico”. Si, si. Quel signore con motorino, mezzo orbo, con gli occhiali spessissimi che quando passa dice sempre: “ciao amico”. Quello non molla, neh. Pio che arrivate al 100%!

Chi corre, avrà già notato i sintomi denominati: “ossigeno che non arriva più alla testa”. Evidente. Fatto sta che giungo al punto del mio ritorno, mi giro e corro in senso contrario (non all’indietro, mi vien da precisare). Poco dopo, mi ritrovo, ovviamente, l’indiano davanti. Accenno un ri-buongiorno ed un sorriso. Lui ha lo sguardo fisso, avanti. E dagli occhi scendono delle lacrime. Per forza, penso io, ci sono due gradi, fa freddo e non è abituato. Poi, sto per iniziare ad ipotizzare tutta la sua vita. Ma stavolta mi fermo. Zitto. Accendo la musica e semplicemente mi tengo l’indiano nel ricordo di un incontro e di un dialogo mai avvenuto.



Cesarone Maldini

3 04 2016

Cesare Maldini. Ho avuto sempre gran stima di questo allenatore, per i modi e per i risultati. I tre europei con l’Under 21 della nazionale sono un’impresa mitica. C’è una cosa, però, che mi ha sempre avvicinato a Cesare, cioè il mio k-way. So che c’entra ben poco, ma si sa che è nelle piccolezze che si creano legami che poi rimangono nel tempo. Subito dopo i mondiali del 1994 negli Usa, mi ero comprato (o forse i miei genitori mi avevano regalato) una giacca a vento blu, rossa e bianca. Poco dopo, Maldini, era diventato allenatore della nazionale di calcio e indossava spesso un k-way molto simile al mio. Da quel momento, per Silvio, ero diventato “Cesarone”. Il k-way, che ho indossato per anni durante gli allenamenti e mentre incitavo i ragazzi dalla panchina, ce l’ho ancora. È giù, nell’armadio delle cose “intoccabili” ben ripiegato e sistemato con cura. Ecco.

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Janga

28 04 2015

Ho camminato fianco a fianco a lui per dieci giorni. Abbiamo mangiato insieme, dormito insieme, riso insieme. Mi ha guidato fino al campo base dell’Annapurna, sul sacro sentiero che porta a quasi 4.500 metri. Quando ti svegli alla mattina e l’unica cosa che devi fare è “camminare”, il mondo assume tinte e toni particolari. E condividi. I passi nel silenzio attendono la condivisione con i tuoi compagni di viaggio. Janga non è stata una guida, ma un amico. Sapeva esattamente quando lasciarmi andare avanti da solo e quando stare al mio fianco. Sapeva quando doveva parlare e quando tacere. Sapeva quando ridere e quando essere triste. Durante il percorso mi ha insegnato le parole del quotidiano nepalese. Io ho provato a dargli qualche lezione di tedesco, perchè lui accompagna anche gruppi della Germania. Abbiamo bevuto tante birre insieme. E si sa che in quei momenti, dal cammino al riposo serale, si creano legami indimenticabili. Per ora non ho sue notizie dopo il terremoto. Lo sto aspettando. Perchè ci siamo fatti delle promesse reciproche. E dobbiamo mantenerle. Entrambi.

p.s. Amici mi hanno detto che Janga ha scritto su Facebook. Sta bene. Al momento del terremoto stava accompagnando un gruppo in un trekking.



Ospite di Masterchef

14 03 2015

Ieri sera, sono stato ospite di una dimostrazione da Masterchef dall’amico Silvio, il quale, al programma non vuole iscriversi, ma potrebbe benissimo partecipare e arrivare tra i primi tre. Forse anche vincere, ma mi viene la paura che potrebbe sciogliersi davanti a Bruno Barbieri che gli dice: “Il piatto è buono, l’impiattamento ottimo, ma mi aspetto un po’ di più”. E il mio timore non risiede nel fatto che ci rimarebbe male, ma perchè immagino che prenderebbe ad imitare il presentatore davanti a tutti.

Comunque. Paccheri al pesce spada con basilico e pistacchi e altra diavoleria della quale ogni mia parola potrebbe essere sprecata visto la grossolanità nell’individuare i gusti. Tonno alla griglia nel caminetto di casa. Tutto eccezionale.

Le uniche pecche della cena: il vino e la torta. Ma quelle le avevo portate io.

Poi abbiamo visto il film “Nebraska”. E ci siamo chiesti perchè era in bianco e nero con quei paesaggi.

p.s. forse non idonea la tovaglia tirolese…