Il maestro Rinaldo

13 06 2014

Nella nostra provincia sono rimasti due maestri maschi. Uno di questi è il maestro Rinaldo, che ha da poco finito il ciclo delle elementari (ora scuola primaria) con Matteo. Sono tanti i maestri e i professori di cui potrei parlare, più o meno bravi. Ma qua la bravura, peraltro molto soggettiva per un padre, non c’entra. Parlo del maestro Rinaldo perché ho una storia da raccontare. A volte, questo può bastare.

A vent’anni ho iniziato ad allenare la mia prima squadra di calcio. Poi ho preso persino il patentino, ma mi sono sempre fermato nel settore giovanile del mio paese (o quasi). L’annata del 1982 è stata una delle migliori. Siamo arrivati alle finali. La stessa classe ha anche partecipato ai “Giochi della gioventù” e mi avevano chiesto se potevo andare ad accompagnarli. Dovendo scegliere tra una partita di calcio e un esame all’università, avevo optato, decisamente, per la prima. E così ho conosciuto il maestro Rinaldo. Ma cosa ci fa un insegnante maschio alle elementari?

C’è stata subito stima reciproca. Sul campo di calcio siamo arrivati in finale. E abbiamo perso. Ma siamo diventati amici. Addirittura mi aveva invitato in gita con la classe alla “Torre di San Martino”… un gitone di ben 15 chilometri di distanza, su classico pullmino giallo (se non ricordo male mi era costato l’esame di diritto fallimentare…).

Dopo un po’, me lo ritrovo ad insegnare a mio figlio Matteo per i cinque anni delle elementari. Ero contento. E lo sono ancora oggi che quei cinque anni sono terminati. L’altra sera, durante la festa finale, il maestro Rinaldo, dopo aver ballato e cantato con tutti noi, è salito sul palco a ringraziare i bambini. Le sue parole: “In una vita, ci sono cose che si ricorderanno per sempre, nonostante sembrino così ripetitive.  Ci sono emozioni che rimangono per sempre. So, sono consapevole, che la vostra classe sarà il ricordo per tutta la vita del mio insegnamento”.

Ci siamo abbracciati.

IL MAESTRO RINALDO



Una Bertagna alle Olimpiadi

1 02 2014

Alle Olimpiadi invernali di Sochi partecipa anche mia cugina Silvia. Cosa va a fare? “I salti”, dicono i miei figli. In effetti, di salti si tratta, ma anche di una nuova disciplina introdotta da quest’anno: lo slopestyle.

Silvia, che abita ad Ortisei, è amicissima di Carolina Kostner. Spesso, quando i miei zii scendevano a trovare la nonna mantovana, le due ragazzine si presentavano con i pattini a rotelle e giravano per le vie del nostro paese. Poi, le loro strade sportive si sono divise. Con grandissima soddisfazione di entrambe.

E così, l’11 febbraio prossimo, tutti davanti alla televisione a tifare per lei. In bocca al lupo!

La storia di Silvia: http://altoadige.gelocal.it/sport/2014/01/23/news/bertagna-la-gardenese-che-scolpisce-acrobazie-1.8527366

Qualche video “di salti”.
http://www.youtube.com/watch?v=hLQ8w1Jr5Zg

Freestyle-Slopestyle-Silvia-Bertagna



Musica a tavola

15 01 2014

Spesso le coincidenze accadono attorno ad un tavolo. Qualche mese fa, stavamo programmando la nuova rivista Tributi News e, come spesso accade, gli incontri di lavoro finiscono a pranzo. In quattro ci accomodiamo nell’ottimo ristorante di Mantova “Ochina Bianca” (da non perdere http://www.ochinabianca.it/). Banditi gli argomenti lavorativi, si chiacchiera del più e del meno. Improvvisamente, scopriamo che tutti e quattro siamo musicisti, ma sarebbe meglio dire: suoniamo uno strumento. Ricapitoliamo.

Io, il peggio dei quattro, so fare qualche accordo con la chitarra. Ho imparato da solo quando facevo l’università. Mi concedevo un quarto d’ora per ogni ora di studio. Ho all’attivo una musicassetta con Silvio. Io suonavo, lui cantava, imitando, i grandi classici: Lucio Dalla, Bobby Solo, Angelo Branduardi, Adriano Celentano, Julio Iglesias. È del 1993, più di vent’anni fa. Eravamo persino riusciti a venderle a 5.000 lire l’una. Un bel pezzo di storia.

Giuseppe Debenedetto, il direttore di Tributi News, suona il clarinetto. Io non l’ho mai sentito ma dice di avere orecchio, anche se sarebbe meglio dire “naso”. In famiglia, però, il più famoso musicista non è lui. Infatti, ha un fratello, Paolo, che è ai massimi livelli con il sax (https://www.facebook.com/paolo.debenedetto.9). Tra il reportorio di Giuseppe, è annoverato un memorabile duetto canoro insieme ad Augusto Sacchi, in un ameno rifugio di montagna.

Marco Paini, il capo di Publika, suona la chitarra. Anche lui da tanto tempo. Diciamo fine superiori, inizio università. Ha sempre avuto delle belle chitarre. Se non belle, almeno, strane. Non ha all’attivo (che io sappia) dei cd, però vanta una infinità di ore passate ad insegnare chitarra a tante persone del paese. Insieme ad Andrea Zentilini, avremmo scritto, tempo fa, una canzone, mentre mi spiegava il cogito ergo sum di Cartesio. Suona anche la batteria.

Marco Allegretti, collaboratore di Publika e di Tributi News. Anche lui suona la chitarra, ma in questo caso, da professionista. Proprio questa mattina mi è arrivato il cd del gruppo rock in cui suona. Si chiamano Sui Generis Rock Band (https://www.facebook.com/suigenerisrockband). Alle sette me li sono ascoltati, in mezzo alla nebbia. Davvero non male. Mi hanno ricordato, da subito, i Timoria.

Eccoci qua. Quattro amici al ristorante. Con la musica in comune.

 

 



Vacanze Romane

18 12 2013

Roma. Stazione Termini. Sul marciapiede di attesa c’è confusione. In tanti stanno cercando di prendere un taxi. Dieci giorni fa vi era una discussione di massima utilità sull’orientamento corretto della inesistente “fila”. Oggi, c’è dell’altro.

Sento delle voci. Cercano un taxi grande. C’è un cane da caricare. La gente sgomita, perché non si può fermare il mondo per un cane che deve salire in un baule. Che poi il cane non è da solo. È un cane che accompagna due ragazzi, un lui e una lei. E due bastoni. Bianchi. Una vacanza romana alla cieca, verrebbe da dire. Li osservo. Un po’ ci vedono attraverso gli occhiali spessi, ma poco. Il cane salta su, obbedendo ad un hop. Il tassista prova a prendere la valigia del ragazzo per caricarla in auto. Il ragazzo dice: faccio da solo. Sei cieco, hai un bastone in una mano e con l’altra dici: faccio da solo?! Lo guardo, senza capire bene. Due passi indietro e cosa fa? Vuole anche chiudere da solo il baule?! Da solo?! Tutto da solo. Verrebbe da aiutarlo, ma anche no. Se vuole fare da solo, perché bisogna sempre per forza aiutare? La ragazza è a pochi passi. Il tassista lo ferma: non chiudere, aspetta, le fai male. Grazie, dice lei.

Come se nulla fosse, i due si spostano, salgono sul gradino del marciapiede, aprono la portiera e salgono in auto. Tutto con una naturalezza da vedenti. Fuori la gente continua a sgomitarsi. Io li intravedo dal finestrino chiuso. Abbassano i bastoni bianchi tra i sedili. Si girano e si dicono qualcosa, forse: siamo a Roma. Da soli. Si sorridono e partono. Sorrido e cerco il mio taxi. Battagliando, ovviamente.



Un dialogo

23 06 2013

–         Vai tu o vado io?

–         Non so, per me è la prima volta con sti cosi.

–         Anche per me.

–         Ma c’è sempre una prima volta

–         Allora vado io

–         Ma come funziona secondo te?

–         Boh, adesso provo. Mi pare che gli altri lo facciano da seduti.

–         Oppure coricati.

–         Si, ma coricati a pancia in su o giù?

–         Secondo me guardando in alto.

–         Ah, ok. Però quasi quasi lo faccio seduto. Non voglio esagerare.

–         Si appunto.

–         Quale prendo?

–         Quello lì mi sembra più sicuro… e anche più bello.

–         Ma se è uguale! Secondo me uno o l’altro non cambia.

–         Allora fa come vuoi, tanto vai tu per primo

–         Si, ma a te è finita la fantasia mi sembra.

–         Non ne ho mai avuta tanto a dire il vero, cose standard ho sempre fatto.

–         E se non ce la faccio?

–         Vuol dire che non hai più coraggio.

–         E se mi faccio male?

–         Vuol dire che era giusto così.

–         E se non arrivo fino in fondo?

–         Vuol dire che lasci le cose a metà

–         E se mi viene da urlare?

–         Urla.

–         E se mi viene paura?

–         Oh, ascolta, vuoi che vada io?

–         No, va bene. Ora parto.

 Dialogo tra due vecchietti alla partenza dello scivolo in piscina.



Una volta nella vita…

18 05 2013

Non è che fosse tra le mie priorità, ma è successo. Martedì sera, dopo un corso di formazione a Roma, sono andato al Foro Italico per seguire due partite degli Internazionali di Tennis. Per il cartellone degli uomini giocava Federer, per quello delle donne la Williams.

Il clima, anche fuori dal campo centrale, è bellissimo. Si vedono tantissime persone che girano attorno ai campi. Colori diversi dappertutto, accesi da un cielo azzurrissimo fino al tramonto. I grandi avevano in mano magliette, racchette, abbigliamento in genere: tutto appena acquistato in uno dei negozi all’interno del Foro Italico. I bambini, invece, avevano delle palline da tennis giganti sulle quali richiedevano gli autografi ai giocatori che uscivano dai campi dopo le partite.

L’emozione di vedere Federer dal vivo è stata bella. Non robe da esaltati, ma molto piacevole. Gioco a tennis almeno una volta alla settimana, non ne capisco tantissimo, ma vedo. E mi accorgo che c’è un abisso (non con me ovviamente dove ogni paragone non ha senso), ma in genere.

Tra i giocatori del momento, Federer è quello che mi piace di più. Mi dico sempre che quando smetterà di giocare, sarà finita la grazia nel tennis. Diventerà uno sport prevalentemente di forza, costanza e potenza. Un po’ come è successo con il calcio dopo Platini e Maradona (ricordo loro due perchè c’erano quando c’ero io).

La partita di Federer contro l’italiano Starace è passata via alla svelta. Qualcuno del pubblico ogni tanto urlava: Federer, prendila su più con più calma! Devo dire che ho avuto l’impressione di non essere sempre davanti ad un evento sportivo, quanto piuttosto ad uno spettacolo costruito a misura. Ma mi succede anche allo stadio, quando a giocare sono in undici. Sarà l’età: brontolo.

 

 



Il Mario

5 05 2013
E’ morto il Mario. Lo ricordo così.
Camminava da casa sua verso il garage, nella casa vecchia, passando sulla strada sterrata. Mi chiamava sempre: Gianluca! Buongiorno, Mario.
Spesso stavo giocando a calcio. Contro il muro. Lui non teneva per la mia squadra e mi prendeva in giro. Ma alzavo le spalle, perchè era la mia squadra che vinceva sempre. Di ritorno, spingeva il motorino per tagliare il prato (sì, lo so che si chiama tosaerba, ma tra noi si diceva così). Un modello vecchissimo che non ha mai sbagliato un colpo. Mio papà ne avrà comprati dieci, mentre il Mario si affidava al suo mezzo da sempre. A volte mi chiamava nel suo giardino, dove, stupore per quell’età, mi soffermavo a giocare con la fontana a piccoli quadratini azzurri. Tra la nostra e la sua casa passava solo un filare di pini. Dalla finestra della camera gialla mi soffermavo sempre sul castello del Mario, arancione con l’aria austera da Transilvania. L’interno era di un fascino indescrivibile per un bambino. Innanzitutto c’era una sala dove non si poteva andare, aperta solo per le grandi occasioni. Ovviamente, come spesso accade, il suo corpo è stato esposto proprio lì. Sulla destra c’era invece la cucina, grandissima, con un enorme tavolo rotondo. Lì mi sono mangiato le migliori caramelle della mia infanzia. Per giungere alle camere c’era una scala ripidissima e così era anche quella che riscendeva al giardino. Da piccoli tutto sembra più grande e la casa del Mario era indiscutibilmente la più bella casa che io potessi conoscere. In un piccolo spazio accanto alla strada, teneva un filare, da cui usciva dell’uva squisita. A volte sono stato sgridato perchè con la bicicletta rompevo qualche tralcio durante le mie gincane. Ecco il Mario. Passava e ripassava accanto ai miei spazi. A volte a piedi, a volte in macchina. Il suo sorriso c’era sempre e sono convinto che faccia parte di me.