Zoom

30 11 2018

Per provare la tenuta del piede mi sono azzardato a studiare percorsi circolari qua e là in Galizia. Dopo le tre giornate in bicicletta ho rallentato la visione delle cose, camminando. Grazie ad un tempo non sempre bellissimo e ad un cielo non sempre cristallino ho imparato due cose.

Se non si è distratti da bellezze più grandi, si vedono quelle più piccole. Funziona così. Una bella giornata, limpida, con il blu e verde luccicanti, già di per sé può bastare alla nostra anima. È talmente tutto bello che non si va in profondo. Se invece non si è “distratti” da una bellezza allargata, lo sguardo si restringe e si scende nel particolare. Allora si scopre la bellezza di un sentiero bagnato, del profumo dell’umido, delle goccioline che scendono sugli occhiali. Uno stagno con tante foglie galleggianti può rappresentare il momento cult di una intera giornata. Come lo può diventare anche scoprire una sola lama di luce attraversare per qualche secondo il cielo. Oppure, riceve attenzione ammirata il duro lavoro di una formica che si prepara all’inverno. Dal grande al piccolo. Ma meraviglia è. E quello che mi accade è voglia di fotografare.

La seconda cosa che il brutto tempo mi ha mostrato è questa: sono capace di resistere tranquillamente facendo niente in una camera di albergo sentendo la pioggia cadere e in compagnia di un buon libro. Riesco a sopportarmi, insomma.



Dentro ad un film

26 11 2016

Ogni tanto capita di vivere dentro un film. Si può subito obiettare che tutta la nostra vita è un racconto per immagini e che quindi l’idea di vivere in un film è banale. Io ogni tanto lo faccio, perché mi fa star bene: una seduta terapeutica, insomma. L’ultima volta, ho fatto così.

Con un po’ di anticipo arrivo alla stazione Termini di Roma. Faccio qualche giro guardandomi attorno, pensando al corso da poco terminato, al tramonto in piazza della Repubblica e al fatto che per oggi non entrerò come sempre nella libreria perché ho appena fatto un ordine su internet. Non ho voglia di un gelato e neppure di stare fermo su una panchina (che tanto a Termini non c’è). Con un gesto improvviso e non programmato mi metto le cuffie e faccio partire il lettore del telefono. Arrivano le note di Let’s hurt tonight degli One Republic ed improvvisamente si abbassano le luci in sala e mi trovo in un cortometraggio. Tutto cambia attorno a me. Il contrasto visivo si accende, i volti delle persone acquistano una luce diversa, i miei occhi si riempiono. Perfetti sconosciuti diventano parte di un’unica grande sceneggiatura e capisco tutto, vedo tutto, mi sento l’attore non protagonista di un film inaspettato. Con un po’ di presunzione, mi sembra quasi di percepire la vita nascosta di quell’uomo d’affari, i dubbi esistenziali di quell’adolescente o i malumori del barbone che si sta preparando la cuccetta per notte. Mi accorgo di non stare più camminando, ma, probabilmente, sfilando con mosse rallentate catturate da una cinepresa.

Poi arrivo al binario. Salgo in carrozza. The end.



Il biglietto

28 05 2015

Questa cosa mi fa impazzire. Mentre camminavo a Forte dei Marmi durante una pausa alla due giorni di corsi in Versilia, ho trovato un biglietto per terra. Era un po’ accartocciato, l’ho aperto e con grande curiosità ho letto le parole. Mi è uscito un gran sorriso.

Se non ci metti troppo, ti aspetterò tutta la vitaHo immaginato. Una ragazzina. Spontanea. La scrittura giovanile e femminile. L’entusiasmo nelle parole. Forse il biglietto è stato lasciato sul parabrezza di una macchina o forse su un motorino. Non l’ha fatto volare il vento, ma un gesto maldestro del ragazzino, che di fronte a così belle parole, non ha saputo reagire diversamente. Lei che scrive a lui. Lei decisa a vivere questo amore, lui incerto nei passi. E tutto dentro a parole che sembrano un continuo paradosso, un loop ipnotico da cui non riesco a staccarmi. C’è il “se” iniziale che trae in inganno. Un “anche”, lì davanti, senza il “non” avrebbe dato più solidità al messaggio. E invece è lasciato tutto in quell’atmosfera che solo l’amore sa creare. Il “ti amo…” coi tre puntini è l’apertura al dopo, la sospensione per quello che verrà. C’è un alone di bellezza infinita in questo biglietto.

p.s. qualche giorno dopo, è bastato digitare questa frase in google per rendersi conto che è un aforisma di Oscar Wilde. Ma non ha tolto il minimo sapore a quello che avevo provato.



Tram

25 10 2013

Ogni tanto lo faccio. Mi fermo ad aspettare un tram che non prendo mai. Lui passa. Io lo ascolto e poi ognuno per la sua strada.



Visioni

27 05 2012

Nessuno, come i bambini, sa crearsi un mondo particolare. Di tanto in tanto mi segno le uscite dei miei figli. Così, all’improvviso, come un lampo, ti colpiscono e ti parlano dell’esistenza di un altro mondo, tutto loro, dal quale, noi adulti, ce ne siamo andati tempo fa. Una capatina, di tanto in tanto, può solo farci bene.

1. Papà, perché Venezia l’han chiamata Serenissima, visto che sta piovendo?

 

2. Matteo, con quel taglio che ti esce sangue come fai ad andare in piscina!

Ma mica ci sono gli squali, papà.

 

3. Se mi svegli ancora urlando così ti fulmino!

Ma papà, tu non sei mica Zeus.

 

4. Passiamo davanti ad un Ristorante chiamato “Marco Polo”.

– Ehi, ragazzi, sapete chi era Marco Polo?

– Ma sì, dai! Quello che è andato in America.

– Sicuro Lorenzo?

– Ah, no. Mi sa di no. Quello era Leonardo da Vinci.

Appunto.

 

5. Papà, quando andiamo alla mela di beneficienza?



Libri

21 04 2012

A volte mi prestano dei libri. Li leggo sempre volentieri. E li restituisco. C’è qualcosa di magico nei libri che hanno letto gli altri. Un profumo, una pagina piegata, delle sottolineature a matita. La cosa che però più di tutte mi piace sfiorare è l’eventuale firma che trovo nella prima pagina. Succede infatti (e lo faccio anch’io) che si scriva il proprio nome in quel foglio bianco appena si gira la copertina. I motivi per cui lo si fa sono tanti: per marchiare, per ricordare a chi il libro va restituito, per mania. A volte di fianco ci si mette una data, un giorno, un mese, un anno. Per alcuni è la data in cui si è iniziato a leggere il testo, per altri quella della parola “fine”. Spesso appare anche un luogo.

Queste firme mi emozionano. Una pagina bianca sulla quale si avverte il desiderio di scrivere il proprio nome. La pressione di una penna che abbassa leggermente la linearità del foglio per lasciare una traccia di inchiostro. Quasi impercettibile. Ma c’è. Ed io la sfioro, più e più volte. Fino quasi a percorrere tutte le curve delle lettere e dei numeri che ci sono.

La magia è quella. Oltre all’immaginazione che viene sempre dalla lettura di un libro, c’è anche il brivido di farlo insieme a chi l’ha sfogliato prima di te. Pensieri che si intrecciano e emozioni che si incontrano.



L’orto

11 02 2012

Ho un ricordo. Ogni tanto mi torna. Ora ancor di più.

A casa dei miei c’è un piccolo orto. Nella parte più all’ombra del giardino, prima mia bisnonna Ida e poi mia nonna Rosetta hanno sempre coltivato delle verdure. Mio papà, nel fine settimana, aiutava.

L’immagine che ho di me è quella di essere a piedi nudi sui muretti dell’orto. Prendevo la canna ed annaffiavo. Poi, o prima anche, passavo in mezzo ai piccoli corridoietti che si formano tra i vari tipi di verdura. Passaggi per avvicinarsi agli ortaggi. A volte la terra era asciutta, a volte bagnata. Ma a me piaceva troppo il contatto con i piedi senza scarpe e calze.

D’improvviso mi avvicinavo ad una carota oppure all’insalata. Strappavo dalla terra la verdura e davo una semplice lavata con la canna. Poi la mangiavo. Così. Insieme, ovviamente, a tanta terra. Ma quel sapore è indimenticabile.

A volte lo ripeto. Forse una/due volte l’anno. Spesso lo faccio nei campi in montagna. La carota, in quel caso, semplicemente la pulisco con un fazzoletto o me la sfrego sui pantaloni.