Silvia

3 02 2018

Questa è una storia di impegno e sacrificio, ma anche superficialità e imbarazzo. Silvia Bertagna – che è mia cugina altrimenti non saprei nulla di tutto questo – avrebbe potuto partecipare nuovamente alle olimpiadi invernali, ma qualcosa è andato storto.

Si è fatta male. Due volte dopo Sochi di quattro anni fa. Due interventi al ginocchio e due riabilitazioni andate a buon fine, tanto da riportarla sulle piste da sci. A Silvia Bertagnafare salti, ovviamente, la sua specialità. Per cercare di recuperare il tempo e i punti in classifica si è data da fare, anche i salti mortali, molto simili alla sua specialità. Due settimane fa, negli Stati Uniti si è giocata tutto: o dentro o fuori. Alle olimpiadi vanno le prime ventiquattro. Ma niente da fare: è arrivata al numero 26. Senza gli incidenti, ora sarebbe a Pyeongchang.

Passano due giorni e due atlete si ritirano. Quindi, lei avrebbe il posto. Solo che… la FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) non opziona il posto. Non si sa se per disattenzione, dimenticanza o bieco calcolo economico (un’atleta ha pur sempre un costo). E così, Silvia, starà a casa. Non basta la qualificazione sulla pista, serve qualcosa in più, che nel caso specifico non è arrivato.

Ho parlato con mio zio. Era incazzato. A modo suo, senza urlare, ma dicendo. “In Italia funziona così. Burocrazia, soldi e tutti che pensano solo al calcio”.

Chiaro: non è nulla di fronte allo sfogo di un padre a cui uccidono un figlio o una figlia. E’ solo una storia.

 

 



Il Mannaio

7 12 2016

Era da tante notti che non si vedeva il Mannaio solcare le nostre viuzze e poi, all’improvviso, è ricomparso. Sospeso tra mito e realtà, ha fatto vibrare le nostre case avvisandoci del suo arrivo con i battiti del suo immenso tamburo. Un suono che mi entrava dentro le budella e scuoteva i muri tutt’attorno. Poi si è fermato. E ha iniziato una dolce melodia con il suo oboe. In pochi secondi i bambini si sono affacciati alle finestre e hanno riempito le strade. Immediatamente hanno lasciato i loro giochi moderni, tablet, televisioni, smartphone per vedere incuriositi il Mannaio. Lui, un omone che viene dall’est, indossava un cappotto di pelliccia scusa e la barba lunga nascondeva tutto il volto, rendendo lo sguardo ancora più penetrante. È stato raggiunto da un carretto, trascinato da una donna, la sua compagna. Da un grosso baule sono usciti alcuni giocattoli usati, ma di un altro tempo. I bambini chiedevano cosa fossero, qualche adulto, che nel frattempo aveva circondato il Mannaio per rivivere emozioni antiche, consumava il rito di sempre: acquistare qualche dono per permettere all’omone dell’est di proseguire la sua strada. E in un battibaleno, ancora una volta, il Mannaio se n’è andato, lasciando quel buon sapore di un sogno tutto da rivivere.



Caro Guido

25 06 2016

Scrivo a te che sei stato per tanti anni il mio migliore amico e il capitano della squadra di calcio. All’improvviso mi è capitata tra le mani questa fotografia. Te la ricordi? Eravamo alle finali dei Giochi della Gioventù. C’era il maestro Bodini che ci faceva da allenatore e poi, li vedi, tutti i nostri compagni: Massimo, Daniele, Corrado, Walter, Massimo. E anche tutto il gruppo a tifare per noi. Momenti indimenticabili.

Quella è stata la I giochi della gioventùmia ultima partita da portiere. Ancora oggi ho addosso la sensazione tremenda di essere stato io il principale artefice della nostra sconfitta. Ho in mente due gol, presi in maniera assurda. Il primo, con il pallone che è rimbalzato su un ciuffo d’erba e mi ha tradito con una direzione strana, ma di certo non imprendibile. Il secondo, sul quale non mi sono mosso di un centimetro su un tiro banale. E così, ho capito che fare il portiere non era la mia strada, c’era da metterci troppo istinto e meno programmazione. Da lì, quindi, sono passato a centrocampista, poi libero (eh, che bello quando c’era il libero) e infine qualcosa di simile ad una mezz’ala. Senza grande successo, ma senza altri gol sul groppone da farsi perdonare. Quindi, ancora scusa, per quella mancata finale.

Non so se te l’ho mai detto, ma poi in finale ai Giochi della Gioventù ci sono andato ancora. Il maestro Rinaldo, siccome sapeva che allenavo gli esordienti, mi ha chiesto se lo aiutavo con i ragazzi classe 1982, forse una delle più forti del nostro paese. E in finale ci siamo arrivati veramente. Ma, ancora una volta, abbiamo perso.

Ecco. Ricordi improvvisi, che oggi volevo condividere con te. Ciao.

 



Il taglio della pizza

31 08 2014

Prima o poi arriva il momento in cui si smette di tagliare la pizza ai propri figli. So che l’evento è in grado di far impallidire la nota Riforma della Pubblica Amministrazione approvata da pochi giorni ed è per questo che va sicuramente segnato sul calendario.

Qualche sera fa, accanto al nostro tavolo, sedevano un bell’uomo con un ragazzino. Difficile dire l’età del signore da poterlo classificare come “il padre” o “il nonno”. So solo che sembrava un attore del cinema, con un sorriso di quelli che conquistano e hanno il dono di farti fare qualsiasi cosa. Il ragazzo, invece, avrà avuto dodici anni. Mese più, mese meno.

Mentre l’uomo ipnotizzava il giovane mescolando le carte con un grazia da esperto e le distribuiva per un’ulteriore partita ad un gioco a me sconosciuto, è arrivata una pizza. Entrambi hanno preso le posate e tagliandola a spicchi se la sono mangiata tutta.

Poco dopo è arrivato un carrello con un bellissimo dentice appena sfornato. Come prassi, il cameriere ha iniziato ad aprire il pesce per ripulirlo e servirlo. L’uomo, con sorriso intrigante, ha detto in una lingua straniera: “Lasci stare, facciamo noi”. Un po’ incredulo (o forse semplicemente non aveva capito) il cameriere ha lasciato il pesce intero in mezzo al tavolo. Il signore, allora, ha dato forchetta e coltello al ragazzino e gli ha detto: “Pensaci tu”, consigliando di tanto in tanto sul da farsi.

Due minuti dopo sono arrivate le nostre pizze.

“Papà, ce la tagli per favore?!”. “Eh????!!”.



Il portiere

17 11 2013

Avere un figlio portiere può creare qualche problema. Non sto pensando ai quintali di fango che quotidianamente porta a casa. E neppure all’esame psicologico che giudica chi ricopre questo ruolo “un pazzo”. Ne sto solo facendo una questione di tifo.

E’ normale, che quando vai allo stadio a vedere tuo figlio giocare, tifi per la sua squadra. Ma se il figlio gioca in porta non è esattamente così. O meglio. Il desiderio che la tua squadra vinca è sempre presente, ma speri sempre che la vittoria non arrivi poi tanto facile. Perchè? Perchè c’è tuo figlio in porta, no? E se gli altri non gli tirano mai, come fai a vedere quanto è bravo?

Quindi: sì, è importante che la squadra vinca, ma bisogna che gli avversari tirino tante volte in porta e che il portiere faccia tante parate. Così accade che speri che l’attaccante degli altri riesca a dribblare tutti i tuoi difensori per arrivare a fare un tiro micidiale… solamente che poi all’ultimo minuto interviene tuo figlio portiere a fare una parata strepitosa.

Oggi, il figlio portiere, ne ha combinata un’altra. Ha chiesto di giocare anche fuori, perchè in porta a volte si annoia. Solo che su una punizione degli altri è salito fino all’incrocio dei pali a prendere il pallone con le mani. Sarebbe stata espulsione, ma per la giovane età non è ancora contemplata. Quindi, l’attaccante tira il rigore e lo sbaglia. E il giovane si gongola beato in mezzo al campo.

Conclusioni. Se tuo figlio gioca in porta, senti dentro che non vuoi che la tua squadra vinca tanto facilmente ed entri in empatia con l’attaccante degli avversari. Se tuo figlio gioca a metà campo, ma fa lo stesso le parate, ti metti a sorridere.

Alla fine gli ho chiesto: ma hai deciso in che ruolo giocare? Sì, papà, voglio andare a tennis.



Max Gazzè

13 04 2013

Ieri sera sono stato al concerto di Max Gazzè a Cortemaggiore. Bello. È da qualche tempo che seguo il cantante, che è anche un bravissimo bassista. Alcune sue canzoni hanno segnato dei momenti indimenticabili della mia vita. “Mentre dormi” su tutte. Le ritmiche di “Sotto casa” e di “I tuoi maledettissimi impegni” mi trascinano ogni volta che le ascolto. Fanno parte del mio background “La favola di Adamo ed Eva” e “Una musica può fare”.

Il concerto è stato coinvolgente. Mancavano alla memoria alcuni pezzi che mi hanno impedito di godere appieno dello spettacolo. Rimedierò.

Ho seguito da lontano (tramite Twitter) Max Gazzè durante il suo recente tour europeo. E volevo a tutti i costi andarlo a vedere. Ho quasi costretto Marco e Silvio ad accompagnarmi. Ma mi sono sembrati anche loro contenti della bella serata.

 



La pipì

16 09 2012

Mio figlio più piccolo si è addormentato su un volo della Ryanair. Non so come abbia fatto, visto che stiamo parlando di un centro commerciale volante. C’è già un’ampia letteratura sui viaggi con la compagnia irlandese: coda, bagagli, promozioni, check-in online, hostess, sigarette senza fumo, lotterie, strombettate, ecc. Non tratterò nulla di tutto questo, anche perché, nonostante tutto quello che si racconta sia vero, non possiamo dimenticare che abbiamo girato, quasi gratis, mezza Europa con loro.

La storia di oggi riguarda la pipì. Il piccolo di cui sopra se l’è fatta addosso bagnando ovviamente tutti i vestiti e lasciando umido il sedile su cui era seduto (è peraltro noto che solo i bambini riescono a stare comodamente seduti sugli aerei della Ryanair).

Dopo aver pulito con le salviette, mentre scendevamo, ho avvisato la hostess (stranamente carina), la quale, alzando le spalle ha blaterato: no panic, please.

Non ero agitato, ci mancherebbe. Mi sembrava però il minimo da fare visto che da lì a cinque minuti (cioè la durata dello sbarco-imbarco) si sarebbe seduto su quel posto un distinto signore di Tallin che aveva fatto sosta a Bergamo per andare a spaparanzarsi (col sedere umido di pipì) su una spiaggia di Chania (che non si trova su nessuna mappa in quanto è una destinazione inventata dalla Ryanair stessa).

Ma, appunto, non ero agitato. Oltre al buon senso (ho sporcato, avviso), cercavo di capire se ero a posto con tutto, per evitare, ad esempio, che non mi arrivasse una qualche multa.

In quell’istante mi ha preso, infatti, l’ansia da contratto, quello che ho stipulato con gli irlandesi quando ho inserito il numero di carta di credito.

Ho pensato a qualche clausola scritta in “Celtico Dimensione 2”:

–         se al vostro bambino scappa la pipì sull’aereo dovete usare l’apposito vasino che avete portato nell’unico bagaglio a mano; se non l’avete fatto potete acquistarne uno omologato, direttamente sul volo al prezzo di Euro 19,90;

–         se non riuscite a bloccare il vostro bambino e si fa la pipì addosso, ma senza bagnare il sedile, dovete avvisare immediatamente la hostess, la quale vi costringerà ad acquistare 10 biglietti della lotteria; se vincete il vasino siete a posto; se perdete, donate i soldi all’istituto dei ciechi di Dublino, vi mettete a posto l’anima e per stavolta (non) puliscela Ryanair;

–         se il vostro bambino fa la pipì sull’aereo, verrà misurato il grado di “bagnataggine” (che non so come si dica in Celtico) e avrete le seguenti penalità:

  • sedile solo umido: dovete giurare che farete il biglietto “priority” per tutta la vita;
  • sedile tra umido e bagnato: dovete acquistare tre confezioni delle famosissime e buonissime pizze del nostro bar di bordo;
  • sedile bagnato: dovete pagare una penalità pari a quello che avete risparmiato rispetto ad un volo con Alitalia, moltiplicato per il numero di aeroporti sconosciuti su cui volala Ryanair, diviso i minuti di ritardo che mediamente ha un treno delle Ferrovie dello Stato.

Per determinare il grado di umidità verrà incaricato un professionista esterno a vostre spese.

Scelgo la strada dell’invisibilità. Mi metto a fischiettare, prendo mio figlio per la mano e scendo velocemente la scaletta. Mi giro. Nessuno mi rincorre. A casa controllo la posta elettronica: nessuna multa.

Nel frattempo, un distinto signore in volo perla Grecia…