L’esploratore

15 09 2019

Faccio fatica a sopportare di sbagliare strada. Non sto parlando delle scelte della vita, degli incroci dove vai a destra o a sinistra. Quelle, non è neppure detto che si possano chiamare strade giuste o sbagliate. Sto banalmente parlando di sentieri, vie, percorsi del terreno.

Mi capita spesso di dormire in luoghi che non conosco. Quando vado a camminare o correre cerco sempre di ipotizzare l’itinerario guardando su Google Maps o su Wikiloc. A volte seguo le tracce di chi le ha percorse e condivise prima di me. Raramente, diciamolo, vado a caso. Però, come stamattina, mi capita di incontrare strade alternative e mi chiedo dove possano portare. Rimango un attimo indeciso se provare a scoprirlo. Il più delle volte tiro dritto e il motivo è perché mi darebbe molto fastidio trovare un vicolo cieco e dover tornare indietro. Fossero anche solo 100 metri trovo la cosa irritante e cercherò, prima o poi, di affrontare la cosa.

Nel frattempo, sempre stamattina, sul sentiero vicino ad Aulla, tra gli alberi caduti per colpa del vento, pensavo al lavoro dell’esploratore. La sua maggiore gioia, credo che sia quella di sbagliare strada. Fare i sentieri giusti per lui sarà una grande noia, uno sbadiglio ogni passo. Proprio nell’errore di un bivio, lui, invece, trae lo stimolo, la felicità e l’entusiasmo. Meticolosamente l’esploratore estrae il suo taccuino e prende nota: da quel momento quella strada non sarà più sconosciuta ma il mondo saprà dove potrebbe portare, ad un nuovo sentiero o ad un cul-de-sac, ad un’alba o ad un tramonto, ad un profumo di abeti o di fiori. Proprio là dove io vado in sofferenza, l’esploratore gode nella sorpresa di conoscere qualcosa che non sa.



Cotswold Way

31 08 2019

La Cotswold Way è un sentiero che attraversa da nord a sud un pezzo di Inghilterra ricompreso tra Birmingham e Bristol. È lunga 102 miglia, cioè 165 chilometri con un dislivello di oltre 4.000 metri. Io e mio figlio Lorenzo l’abbiamo percorsa interamente negli ultimi sei giorni. Una vacanza speciale, capace di regalare sensazioni forti, di gioia e di fatica, di immagini e di colori fino all’esplosione finale dell’abbraccio all’arrivo a Bath.

Camminare è un tipo di viaggio particolare. Di solito è capace di svuotarmi per riempirmi. E così è stato anche stavolta, percorrendo una via unica attraverso quella che Jonathan Coe descrive come “Inghilterra profonda”. Nell’ultimo suo libro, per il quale mi sono concesso il lusso della lettura durante il cammino, scrive che questo clima ha a che fare con “le aree verdi dei villaggi, i tetti di paglia dei pub locali, le cabine telefoniche rosse e il lieve tonfo della pallina da cricket contro il salice”. Tutte cose che abbiamo, appunto, vissuto, insieme al passaggio di infiniti campi da golf, dai quali, anziani signori ci salutavano appoggiando la mano al loro cappello.

Dal mio taccuino.

“Camminando nelle Cotswolds ci sono tre certezze: le salite, le more e la birra. Arrivati ad un bivio non agitatevi nel cercare le indicazioni dei sentieri. Prendete quello che sale, non sbaglierete mai. Probabilmente il tracciato è stato elaborato da un vecchietto vendicativo e quindi vi fa percorrere tutte le colline possibili ed immaginabili. Parliamo delle more. Il riferimento è al frutto del bosco e non alle camminatrici che raramente si incontrano. Ai fianchi di ogni sentiero potete stare tranquilli di trovare le more. Spero vi piacciano perché sono veramente buone. E, inoltre, spezzano la fame, danno una mano ai passi e lasciano un buon sapore in bocca. La terza certezza la birra. Arriverete sempre in qualche paesino e di certo ci sarà sempre un pub ad accogliervi. Che sia quello in cui dormirete o meno, il rito della birra all’arrivo è sacrosanto. I primi sorsi fanno capire che ne valeva la pena”.

E ancora.

“Probabilmente è il posto più bello di tutto il trekking: un parco immenso, una vallata tra le colline. Le pecore in distanza sembrano statuine bianche nella loro immobilità. Il prato è perfetto perché loro lo tengono a regola d’arte tutti i giorni. C’è un albero solitario in lontananza che chiama a raccolta gli animali, un punto di riferimento nel saliscendi tutto attorno. I sentieri attraversano liberamente l’immenso spazio con una leggera traccia. Ci sono piante altissime e bellissime dove trovano riparo alcuni uccelli che al nostro passaggio spaventati scappano via. Finalmente è arrivata la “shower” regalando qualche goccia di pioggia, ma soprattutto quel paesaggio che tutti si aspettano dalla campagna inglese. Passeggiamo con piacere, nel silenzio degli spazi infiniti, che finiscono nei confini delle linee flessuose delle collina. Un posto incantato che entra negli occhi e si deposita nell’anima.”



Casa

23 07 2019

Oggi la mia casa è molto piccola. Un lembo di cielo e un pezzo di terra. Pochi metri. Abituato a cambiare città ogni giorno potrei sentirmi imprigionato. Ma appena  alzo lo sguardo, dalla finestra immaginaria, trovo lo spazio infinito del mare e respiro l’idea del senza limite. Un semplice asciugamo e un improvvisato ombrellone mi sono amici. Stiamo insieme tanto, nel silenzio narrante di un libro spesso sfogliato. Ogni tanto esco a fare due passi e i miei piedi trovano subito il piacere dell’acqua fresca e trasparente. La sabbia si imprime del mio passaggio, giusto il tempo di un veloce ricordo: poi arriva il mare e si porta tutto con sé. Ritorno al mio casolare. Coricato, il cielo blu è immenso. Mi perdo, più di quanto faccio ogni giorno macinando distanze tra luoghi diversi.



Silvia

3 02 2018

Questa è una storia di impegno e sacrificio, ma anche superficialità e imbarazzo. Silvia Bertagna – che è mia cugina altrimenti non saprei nulla di tutto questo – avrebbe potuto partecipare nuovamente alle olimpiadi invernali, ma qualcosa è andato storto.

Si è fatta male. Due volte dopo Sochi di quattro anni fa. Due interventi al ginocchio e due riabilitazioni andate a buon fine, tanto da riportarla sulle piste da sci. A Silvia Bertagnafare salti, ovviamente, la sua specialità. Per cercare di recuperare il tempo e i punti in classifica si è data da fare, anche i salti mortali, molto simili alla sua specialità. Due settimane fa, negli Stati Uniti si è giocata tutto: o dentro o fuori. Alle olimpiadi vanno le prime ventiquattro. Ma niente da fare: è arrivata al numero 26. Senza gli incidenti, ora sarebbe a Pyeongchang.

Passano due giorni e due atlete si ritirano. Quindi, lei avrebbe il posto. Solo che… la FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) non opziona il posto. Non si sa se per disattenzione, dimenticanza o bieco calcolo economico (un’atleta ha pur sempre un costo). E così, Silvia, starà a casa. Non basta la qualificazione sulla pista, serve qualcosa in più, che nel caso specifico non è arrivato.

Ho parlato con mio zio. Era incazzato. A modo suo, senza urlare, ma dicendo. “In Italia funziona così. Burocrazia, soldi e tutti che pensano solo al calcio”.

Chiaro: non è nulla di fronte allo sfogo di un padre a cui uccidono un figlio o una figlia. E’ solo una storia.

 

 



Il Mannaio

7 12 2016

Era da tante notti che non si vedeva il Mannaio solcare le nostre viuzze e poi, all’improvviso, è ricomparso. Sospeso tra mito e realtà, ha fatto vibrare le nostre case avvisandoci del suo arrivo con i battiti del suo immenso tamburo. Un suono che mi entrava dentro le budella e scuoteva i muri tutt’attorno. Poi si è fermato. E ha iniziato una dolce melodia con il suo oboe. In pochi secondi i bambini si sono affacciati alle finestre e hanno riempito le strade. Immediatamente hanno lasciato i loro giochi moderni, tablet, televisioni, smartphone per vedere incuriositi il Mannaio. Lui, un omone che viene dall’est, indossava un cappotto di pelliccia scusa e la barba lunga nascondeva tutto il volto, rendendo lo sguardo ancora più penetrante. È stato raggiunto da un carretto, trascinato da una donna, la sua compagna. Da un grosso baule sono usciti alcuni giocattoli usati, ma di un altro tempo. I bambini chiedevano cosa fossero, qualche adulto, che nel frattempo aveva circondato il Mannaio per rivivere emozioni antiche, consumava il rito di sempre: acquistare qualche dono per permettere all’omone dell’est di proseguire la sua strada. E in un battibaleno, ancora una volta, il Mannaio se n’è andato, lasciando quel buon sapore di un sogno tutto da rivivere.



Caro Guido

25 06 2016

Scrivo a te che sei stato per tanti anni il mio migliore amico e il capitano della squadra di calcio. All’improvviso mi è capitata tra le mani questa fotografia. Te la ricordi? Eravamo alle finali dei Giochi della Gioventù. C’era il maestro Bodini che ci faceva da allenatore e poi, li vedi, tutti i nostri compagni: Massimo, Daniele, Corrado, Walter, Massimo. E anche tutto il gruppo a tifare per noi. Momenti indimenticabili.

Quella è stata la I giochi della gioventùmia ultima partita da portiere. Ancora oggi ho addosso la sensazione tremenda di essere stato io il principale artefice della nostra sconfitta. Ho in mente due gol, presi in maniera assurda. Il primo, con il pallone che è rimbalzato su un ciuffo d’erba e mi ha tradito con una direzione strana, ma di certo non imprendibile. Il secondo, sul quale non mi sono mosso di un centimetro su un tiro banale. E così, ho capito che fare il portiere non era la mia strada, c’era da metterci troppo istinto e meno programmazione. Da lì, quindi, sono passato a centrocampista, poi libero (eh, che bello quando c’era il libero) e infine qualcosa di simile ad una mezz’ala. Senza grande successo, ma senza altri gol sul groppone da farsi perdonare. Quindi, ancora scusa, per quella mancata finale.

Non so se te l’ho mai detto, ma poi in finale ai Giochi della Gioventù ci sono andato ancora. Il maestro Rinaldo, siccome sapeva che allenavo gli esordienti, mi ha chiesto se lo aiutavo con i ragazzi classe 1982, forse una delle più forti del nostro paese. E in finale ci siamo arrivati veramente. Ma, ancora una volta, abbiamo perso.

Ecco. Ricordi improvvisi, che oggi volevo condividere con te. Ciao.

 



Il taglio della pizza

31 08 2014

Prima o poi arriva il momento in cui si smette di tagliare la pizza ai propri figli. So che l’evento è in grado di far impallidire la nota Riforma della Pubblica Amministrazione approvata da pochi giorni ed è per questo che va sicuramente segnato sul calendario.

Qualche sera fa, accanto al nostro tavolo, sedevano un bell’uomo con un ragazzino. Difficile dire l’età del signore da poterlo classificare come “il padre” o “il nonno”. So solo che sembrava un attore del cinema, con un sorriso di quelli che conquistano e hanno il dono di farti fare qualsiasi cosa. Il ragazzo, invece, avrà avuto dodici anni. Mese più, mese meno.

Mentre l’uomo ipnotizzava il giovane mescolando le carte con un grazia da esperto e le distribuiva per un’ulteriore partita ad un gioco a me sconosciuto, è arrivata una pizza. Entrambi hanno preso le posate e tagliandola a spicchi se la sono mangiata tutta.

Poco dopo è arrivato un carrello con un bellissimo dentice appena sfornato. Come prassi, il cameriere ha iniziato ad aprire il pesce per ripulirlo e servirlo. L’uomo, con sorriso intrigante, ha detto in una lingua straniera: “Lasci stare, facciamo noi”. Un po’ incredulo (o forse semplicemente non aveva capito) il cameriere ha lasciato il pesce intero in mezzo al tavolo. Il signore, allora, ha dato forchetta e coltello al ragazzino e gli ha detto: “Pensaci tu”, consigliando di tanto in tanto sul da farsi.

Due minuti dopo sono arrivate le nostre pizze.

“Papà, ce la tagli per favore?!”. “Eh????!!”.