Un tema

10 04 2016

In seconda superiore la profe ha dato questo tema a mio figlio: “Vivere è fare l’uncinetto con la vita degli altri”. E’ una citazione di Pessoa. Mio figlio lo ha reputato difficilissimo e, elegantemente, mi ha esposto la sua teoria: “Ti dico io come funziona. Adesso l’Italia è in crisi no? Allora credono che se caricano di più di compiti gli studenti, l’Italia esce dalla crisi, ma è una putt****a enorme”. Il ragionamento non fa una grinza e per non perdermi in sottigliezze ho provato a fare il compito anch’io. Ma mi sa che sono finito un po’ fuori tema.

Un filo, un gomitolo, tutto attorcigliato. E, all’improvviso, è tutto così lineare. Una linea retta, un percorso diritto, un cammino senza difficoltà. Solo tu e nessun altro. Tu, capace di essere aggrovigliato e allo stesso tempo semplice. La linea dell’orizzonte, la fine del mare, i binari del treno. Nessun rischio, tutto gira, tutto funziona, tutto inesorabilmente ha un inizio e una fine, senza sbalzi o curve, finitamente perfetto.

Mi sento in pace, vedendo tutto scorrere in una piacevole armonia di ripetizioni di elementi e di certezze che danno sicurezza ai miei passi. Tutto mi procede addosso vedendomi sgretolare da dove sono stato arrotolato per assumere la forma a me più congeniale, la linea retta. Un filo si piega, si curva, si sovrappone, ma torna sempre quello, la propria essenza. Addirittura, a volte, si annoda, ma mani curate, a volte le proprie, sanno riportarlo alla versione originaria.

Poi è un niente. Freddo. Gelido. Come un coltello ti prende, lo passa ad un compagno, ancor più freddo del primo. Giocano, ti prendono la vita, te la attorcigliano, ti girano e rigirano, ti passano di qua e di là, e tutto cambia. Non c’è più terra. Non c’è più mare. Non c’è più certezza. Solo terrore. Tu non hai più il controllo e cedi agli strattoni che senti. Ti lasci prendere, lotti, ma non ce la fai. Sei eternamente sospeso nella scelta se seguire il movimento e lasciarti andare o dimostrare, ad ogni costo, quello che sei. Senza pace combatti, non hai un piano, ma ti senti combattuto tra mille pensieri ed opinioni. Devi farti forza, per essere quello che sei. Devi collocare tutto al posto giusto. Ti accorgi che le pieghe di ciò che sei, si incastrano ora meglio, si adagiano delicatamente tra gli uncini freddi che stanno mescolando te a forze nuove.

Improvvisamente nasce qualcosa di nuovo. Tu non sei capace di vederlo, troppo preso a rimpiangere quando eri linea retta e perfezione. Tu non sei capace di accorgertene, con i piedi ancora arroccati sulle certezze su cui hai sempre contato. Tu non ci badi, ancora innamorato di uno stare sereno e paziente, di moto perpetuo. E invece. Tutto è diverso ora. Qualcosa ti ha forgiato e qualcosa è uscito di nuovo.

Le armi del delitto sono poste a terra. Inerti e incapaci di far male. Al loro posto due mani, dolcezza di un tocco tessuto a pelle. Ti prendono e ti alzano. Ci prendono e ci alzano. In un tutt’uno di sorpresa e ammirazione. Io, gli altri, il mondo. La realtà, i pensieri, i sogni. Improvvisamente tutto è attorcigliato insieme, regalando un quadro nuovo. Non c’è più linea, ma c’è intrigo. E tutto appare bello da vivere, implorando che nessuno venga a sciogliere il nuovo ordine delle cose.



I pomeriggi dalla nonna Gina

11 12 2011

Con la seconda superiore iniziano le lezioni al pomeriggio. Ho la fortuna di avere una nonna che abita in piazza Sordello, il centro di Mantova. Un po’ lontano dalla scuola, saranno due chilometri. Però come appoggio non è male. E lo sfrutto.

La nonna ha da sempre un motto: cosa vuoi che sia buttar giù un piatto di pasta in più? Ma io mi presento a pranzo con Giovanni. Il motto cambia immediatamente: cosa volete che sia buttar giù due piatti di pasta in più?

E così l’accordo è fatto. Dalla seconda alla quinta per la pausa pranzo ci presentiamo in piazza Sordello. Mio nonno, quando lavorava, era un’autista della provincia e quindi aveva avuto la fortuna di avere, come tanti altri, in affitto una parte dell’edificio a fianco del Palazzo Ducale. Un privilegio non da poco al quale mi sono aggrappato per tantissimi anni, parcheggio compreso.

Al campanello dell’una io e Giovanni iniziamo a percorrere le strade verso il centro. Giovanni sta particolarmente attento a non pestare le righe tra i marciapiedi: l’esito dell’interrogazione potrebbe dipendere anche da un piede posto malamente su una giuntura! Non mancano ovviamente le volte in cui spalleggiando lo faccio sbagliare apposta.

Passiamo per via Orefici, dove c’è un negozietto che vende materiale vario connesso ad alcuni artisti musicali di nostro gradimento. Ad ogni passaggio ci fermiamo per controllare se c’è qualche novità. Eccoci in piazza delle Erbe, dove la nostra attenzione è sempre per una signora che vende cappelli: noi, che usciamo da una specie di ragioneria, ci siamo sempre chiesti: ma come fa a vivere quella?

Arriviamo. Suoniamo e saliamo le infinite scale. Subito a tavola. Il tempo è davvero poco, visto che alle 14.30 dobbiamo essere già in classe (con i due chilometri da fare del ritorno). Il menù è quasi fisso per tutti gli anni. Pasta col tonno (in bianco) e cotoletta di pesce. Alcune volte può cambiare, ma mai di venerdì, dove è rigoroso il mangiar di magro.

A tavola oltre a mia nonna (che andava su e giù per la cucina) e a mio nonno (sempre pacifico e sereno), con noi c’è anche mia cugina Sara, che arriva giusto qualche minuto dopo di noi. Sullo sfondo le puntate di Beautiful. Mitiche! Sappiamo tutto di tutti. In quei venti minuti riusciamo a conoscere tutti i protagonisti e, meraviglie delle meraviglie, non perdere il filo della trasmissione da una settimana all’altra.

Dopo il pasto ci rimane una ventina di minuti. Io e Giovanni andiamo di là, in salotto, dove ci sprofondiamo nel morbidissimo (e pelosissimo) divano giallo. Ascoltiamo un po’ la radio e negli ultimi anni ci vediamo persino qualche video sul nuovo videoregistratore della zia Luisa. Sono momenti intensi nei quali io e Giovanni parliamo di tutto: musica, ovviamente, ma poi calcio, ragazze, genitori, scuola… vita in genere insomma.

Alle 14.10 ci alziamo e ripartiamo verso le lezioni. Stesso percorso, fatto un po’ più in fretta. Così per quattro indimenticabili anni.

All’uscita (verso le 16.15) con Giovanni torno in stazione. La corriera parte alle 17.30. Un’altra ora senza meta a girovagare per Mantova. I nostri luoghi preferiti: i negozi di dischi e la sala videogiochi sotto Galleria Ferri, senza scordare la pausa da Freddi per la mitica pizza.

Ora i pomeriggi non si fanno più. Si fanno più ore alla mattina. Certo, è sicuramente più comodo, non ci sono tempi morti. Eppure quei pomeriggi a Mantova dalla nonna o in giro per i portici, sono per me un’emozione ancora forte, che credo abbia lasciato il segno.



InterRail

13 11 2010

Subito dopo la fine delle Superiori e prima dell’inizio dell’Università, insieme a Francesco, Luigi e Andrea ho fatto la mitica avventura dell’Interrail in Europa: Parigi, Londra, Scozia ed Irlanda. Momenti memorabili per sempre impressi.

Oggi, durante il cambio dell’armadio, mi è capitato tra le mani un paio di jeans che avevo conservato per ricordare quell’esperienza. Per la prima volta della mia vita avevo usato scarabocchiarli con frasi, canzoni, poesie.

Nella tasca ho poi trovato un foglietto su cui avevo scritto qualcosa durante una pausa ad un parco di una cittadina inglese. L’inchiostro è un po’ sbiadito e prima che le parole scompaiano del tutto le ho riportate su un formato più stabile. Ricordo quell’attimo come se fosse oggi. Quella scena era lì di fronte a me ed io ne avevo preso appunto.

I due camminano per le strade assolutamente medievali. Lei lo prende sotto braccio, lo guarda e si sorridono. Arrivano al parco. Un posto immenso. L’erba verde. Il sole filtra i suoi raggi tra le foglie degli ippocastani sparsi ovunque. Di tanto in tanto fa capolino qualche rudere di castello. Come sempre in Inghilterra è tenuto tutto benissimo. L’erba sembra irradiare luce propria da tanto è verde e brillante. Lui prende lo zaino e ne estrae una coperta a quadri, rossa e blu. La stende sul tappeto erboso. I due si siedono. Anzi no, lei si siede, lui si corica e guarda il cielo blu intenso intervallato dal passaggio di qualche nube bianca. Bianco, come il colore della camicetta di lei. Fa ancora caldo, l’abbigliamento è leggero. La sua camicetta scende fino a toccare la coperta. Lui la sfiora con la sua mano mentre ancora coricato chiude per un attimo gli occhi. Leggeri. Lui è vestito con un camicia blu, le maniche arrotolate. Lei si toglie le ballerine per far entrare ancor più fresco nel suo corpo. Il momento è arrivato. Lui lo sa. Lei lo sa. Lui si alza. La guarda. Gli occhi sono alla stessa altezza e nella loro luce c’è il racconto delle loro vite. Con la sua mano sinistra lui le prende la mano destra. Gli occhiali di lei improvvisamente scivolano via. Lui li depone sulla coperta, al sicuro. La guarda. L’istante è lì. Lui si avvicina e con un bacio leggero sulle labbra depone tutti i giorni passati, il presente e il futuro. Il tempo si ferma. Un attimo, un’eternità.
D’altronde l’infinito non è la fine delle attese senza perderne il desiderio?

A questo punto Luigi mi aveva chiamato: Nom?! (andiamo?). Avevo posato la penna, piegato il foglio e lo avevo inserito nella tasca dei jeans. Dove ancora oggi è.



Giovanni

19 09 2010

Così è iniziata la mia amicizia con Giovanni.

Era il primo giorno di scuola. Uscita anticipata alle undici dalla sezione staccata di Piazza Polveriera. Non ci eravamo ancora scambiati una parola.

Inizio io, timidissimo.

–          Ma tu dove vai a prendere la corriera?

–          In stazione

–          Lo sai che passa anche in Via Scarsellini che è più vicino da qua?

–          Non credo, a me pare che si fermi solo in stazione

–          Lascia perdere, ti ci porto io.

E ancora mi ci vedo, con un paio di scarpe mocassino scomodissime, a fargli da guida per tutti i marciapiedi di Mantova.

Avevo commesso due errori: la sua corriera non sarebbe mai passata per Via Scarsellini e non sapevo assolutamente la strada per arrivare a destinazione.

Dopo mezzora, Giovanni:

–          sei sicuro che questa è la strada più corta?

–          massì, ancora un attimo e ci siamo…

Fatto sta che entrambi abbiamo perso la prima corriera e avevamo le gambe stanchissime e i piedi in condizioni pietose.

Però:

–          abbiamo capito un po’ di toponomastica stradale (sembra una baggianata, ma questo ci sarebbe servito in futuro per sostenere un’odiosa interrogazione di Geografia col prof. C.);

–          abbiamo trovato delle scorciatoie (insomma, per andare in stazione delle corriere non saremmo più passati da piazza Sordello);

–          ci siamo conosciuti un po’ di più, scoprendo che entrambi giocavamo a calcio (e forse è per questo che ancora si sarebbe fidato di me);

–          ho scoperto che il detto: tutte le corriere passano per Via Scarsellini, non vale;

–          dal giorno dopo abbiamo iniziato a fare insieme il percorso (sempre più breve) e questo ci aiutava a far trascorrere il tempo.

E così, passo dopo passo, l’amicizia con Giovanni si è consolidata, tanto che ancora oggi ci frequentiamo assiduamente, addirittura con improbabili partite a tennis.

Camminare con Giovanni per Mantova è sempre stato un piacere. Ed avevamo ormai le nostre tappe fisse nei momenti di attesa degli autobus: la sala giochi sotto galleria Ferri, l’Upim lì di fronte, il negozio di dischi (prima Paterlini, poi Expo) e l’immancabile panificio Freddi, dal quale non si riusciva a passare indenni senza divorare una sua pizzetta.

Credo che alla fine della quinta conoscessimo tutte le righe dei marciapiedi, si, quelle che ci sono tra una lastra e l’altra. Poi lui era fantastico, perché cercava di non calpestarne nemmeno una. A volte, apposta, lo facevo sbagliare. L’unico modo per rimediare era di ripestarne un’altra. Bisogna sempre chiudere la giornata con un numero pari, questo era per lui un obbligo.

La stessa regola valeva anche a scuola. Se per caso prendeva contro il tavolo con la gamba, ecco che doveva ritoccarlo subito un’altra volta.

Chissà se di questo ancora se ne ricorda.

Magari al prossimo set in cui mi sta battendo a tennis provo a chiederglielo…



Lo zaino

28 08 2010

Lo zaino (Un tuffo nel passato)

Non bastava il diario per sembrare “anomalo”. Un punto di stravaganza lo ha avuto anche il mio zaino. Niente di che, comunque. Una sacca di tela color verde militare. Cose da campeggio o da campo scuola per intenderci.

Era stato acquistato l’estate precedente all’inizio delle superiori in un negozietto di Peschiera del Garda. Mi pare avessimo speso ben cinquemila lire.

Non era larghissimo ed infatti non tutti i libri ci stavano alla perfezione. Alcuni uscivano ed arrivavano a scuola umidicci soprattutto nelle giornate autunnali. Cosa forse peggiore, lo zaino, mancava di cerniera o spago per la chiusura nella parte alta. Spesso l’astuccio, le penne ed i quaderni giravano sotto i piedi dei compagni sulla corriera. A volte non tornavano nemmeno a casa.

Lo zaino è durato fino in quarta superiore. Ricordo il solito professor C. che una volta mi riprese: senti Bertagna, ma dove vai con quello zaino?! Tra poco sarai un diplomato e dovrai andare a colloqui di lavoro e ti presenti con quella borsa da agricoltore?! Vabbè, ormai mi ci ero abituato a queste osservazioni e alle risate dei compagni.

Forse per questo o forse chissà perché, in quinta mi dotai di un Invicta. Modello di almeno quattro anni prima, cioè quello che avrei dovuto comprarmi fin dall’inizio. Ma pazienza. Almeno il marchio c’era. La funzionalità era identica a quello di prima, ma vai a capire te la gente!

Non ci ho mai scarabocchiato sullo zaino. Eppure andavo matto per gli zaini tutti riempiti dei nomi dei beniamini, dei testi delle canzoni e delle frasi degli amici. Tante volte avrei voluto scriverci su “U2” o qualche loro frase particolarmente interessante. Invece no. Prendeva il sopravvento l’idea del “non sbagliare” e quindi gli zaini sono rimasti indenni a tutto ciò.

In compenso mi sono rifatto qualche anno più tardi. Durante l’interrail in Inghilterra e Irlanda, nella cittadina di Bath, mi sono sfogato per tutti quegli anni di silenzio sui miei jeans: ancora li conservo pieni di scarabocchi, simboli, miti, date e testi di canzoni.



Il fosso

28 08 2010

Il fosso

(Il freddo di questi giorni mi ha fatto tornare alla mente un’avventura delle superiori…)

Siamo in pieno inverno. Le vacanze di Natale stanno per finire. Ed io mi ritrovo a cavalcioni sul muretto del ponte che da casa mia porta ad una frazione. Fa un freddo terribile. La scorsa notte è ghiacciato, tanto che ho avuto il timore che l’acqua del fosso fosse inavvicinabile.

Prima di partire di casa mia mamma mi ha colto in flagrante. Sul tavolo della cucina maneggiavo con una vecchia canna da pesca, qualche piombino, un lungo filo di nylon e un metro.

– Cosa stai facendo?

– Vado a pescare

– Con questo freddo?

Alzata di spalle.

– Dai, Gianluca, non scherzare

– Vado a pescare, te l’ho detto

– E pensi di trovare qualche pesce in giro per l’Epifania?

– Mica siamo al primo d’aprile mamma

– E poi con cosa vai? A piedi? In bici?

– In bici pensavo

– Seee. Con le strade ghiacciate.

– Oh, mamma, senti. Devo andare. Leggi il diario di scuola.

Poco dopo sento i passi dei suoi zoccoli e la vedo ritornare in cucina.

– Dimmi che è uno scherzo.

– Ma no mamma! Va fatto. È un compito.

Tra i compiti da fare per l’otto gennaio c’è (ancora oggi) scritto: “Individuare 10 ponti sulla cartina. Andare a misurare la lunghezza del fosso”. Verso dicembre infatti il professore di Geografia ci aveva fatto fare su carta lucida una mappatura di tutti i corsi d’acqua (fossi) di ciascun comune di residenza di noi alunni. Ora voleva pure sapere quanto sti fiumiciattoli erano pure lunghi.

Già avevo avuto problema sul concetto di “lunghezza del fosso”. Forse un errore nello scrivere il compito per casa. Se dovevo scegliere un ponte forse ci si riferiva alla profondità.

E poi mica potevo barare (come poi sono venuto a conoscenza ha fatto qualche compagno) e dire che avevo preso le misure in montagna da dove ero appena tornato dalle vacanze.

Insomma… eccomi qui, nella mia giacca a vento rossa, le mani infilate nei guanti di lana, con qualche grado appena al di sopra dello zero a calare un filo in una canaletta. Prima giù, poi su e poi con una qualche approssimazione ad indicare un numero in centimetri sulla mappa. Poi si riprende la bici e si cambia postazione. E questo per dieci volte. E per dieci volte una sola domanda: perché?!?

Nessuna risposta dal gelido invernale. Nessuna risposta fissando incantato quella serie di numeri sul quaderno a ganci. Nessuna risposta da mia madre al ritorno a casa.

Troverò mai una pace interiore sulla questione?



2 Ottobre 2009

28 08 2010

2 ottobre 2009

Oggi ci incontriamo per “celebrare” i 20 anni dalla maturità. Pochi compagni mancano all’appello.

Vent’anni. Un’eternità.

Eppure, in questa sera, sembrano un soffio.

Sembra ieri.

Volti, i nostri volti, che si salutano e si toccano.

Mani, le nostre mani, che si abbracciano e si assicurano della presenza reale.

Sì. Siamo qua.

Ci siamo ancora.

E più in forma che mai. Belli come sempre.

Nella storia.

Nell’eternità.