Sa-Lento

22 06 2019

Era una cosa che volevo fare da tempo: camminare in Puglia. Durante le mie visite per lavoro, mi sono sempre chiesto come sarebbe stato percorrere le strade del Salento a piedi, lentamente, zaino in spalla. E così sono partito. Quattro giorni da Lecce a Santa Maria di Leuca, 120 chilometri in buona parte sulla Via Francigena del Sud. Mi aspettavo sentieri accompagnati da muretti in sasso a vista, qualche trullo, scogliere sul mare, paesini desolati all’ora di pranzo, ottimo cibo. E così è stato. Con una novità: ho percorso quelle strade con perfetti sconosciuti che giorno dopo giorno sono diventati amici. L’amicizia che nasce e cresce durante un cammino è unica. Si passa dall’incertezza iniziale alla condivisione con passi tangibili, reali, intensi. E quando arriviamo alla meta, pur sapendo che difficilmente ci incontreremo ancora, ci rendiamo conto di aver fatto qualcosa di bello, che sazia l’anima, in quel momento e nei giorni dopo, quando con la memoria torneremo in Sa-Lento. I colori del cielo e dei fiori, la freschezza del mare e il profumo dei campi hanno fatto il resto.



Acqua, ancora acqua

25 05 2019

Durante l’esperienza in Kenya siamo stati dentro al cratere di un vulcano, il Magado. I colori dell’acqua rimasta e la vastità del luogo affascinano fin da subito. A piedi si può scendere nella valle, dove, là in fondo, si trovano gli animali al pascolo. Qualche pastore controlla il tutto, con aria volutamente distante da noi che turbiamo l’equilibrio naturale delle cose.

Al di là della magia del luogo, c’è un altro ricordo di questa giornata. Per arrivare al vulcano ci vogliono due ore buone di strada non asfaltata da fare rigorosamente in jeep. La polvere entrava dappertutto e si stratificava su vestiti e pelle. Non so quante volte ho dovuto pulire gli occhiali. Nel tragitto siamo passati in mezzo a due villaggi sperduti nel nulla. Da chiedersi cosa faccia lì quella gente. Impressionante. Poi la visita al Magado e il ritorno. Altre due ore in mezzo al pulviscolo bianco. Eravamo tutti stanchi, con le ossa che facevano male e incapaci di respirare nella foschia. Arrivati a Isiolo, il nostro amico Enrico si è fermato in un bar. Ricordo l’emozione di trovare acqua corrente, quella dei lavandini del bagno. Ciascuno di noi ha fatto a turno per almeno cinque minuti per lavarsi il viso, le mani e le braccia. Una sensazione unica. L’acqua di un bagno di un bar come fonte di ristoro assoluto. E, improvvisamente, ci è tornato addosso il sorriso.

Ogni volta che entro in un bagno mi torna in mente questa scena. L’acqua di un bar, per noi banale e scontata, è diventata in un attimo fonte di rinascita. Sensazione bellissima.



Acqua

10 03 2019

IMG_2593 (Copy) (2)Dire che l’acqua è importante è una di quelle affermazioni che sfiorano la banalità. Tutti lo sappiamo. Talmente bene che ormai non ci pensiamo più. A volte, proprio nel fare o vivere le cose senza rifletterci, si nasconde l’importanza di quello che ci succede attorno. 

Anche dire: “In Africa, l’acqua, è questione di sopravvivenza” è qualcosa di assodato. Patrimonio scontato della nostra consapevolezza.

Vederlo, però, è una cosa magica, un aprire gli occhi a sorrisi e volti felici.

Uno dei momenti più belli dell’esperienza in Kenya è stato fermarci vicino ad un pozzo da poco ristrutturato. Attorno c’era un gruppo di persone, proveniente dai villaggi. Un continuo andare e tornare, un rito quotidiano imperdibile perchè fonte di vita. I bambini, come sempre, inevitabili protagonisti. Il loro fiuto per le cose belle li fa correre sempre al posto giusto.



Un sottile filo di collegamento

13 01 2019

L’Africa mi ha sempre affascinato. Più di tutto quell’idea di poter far qualcosa insieme. Nel 1985, l’anno di terribile carestia che ha portato Bob Geldof ad organizzare il Live Aid, avevo 15 anni. Il centro dell’adolescenza. E da lì in poi ho iniziato ad interessarmi del problema. Ho anche tanto studiato, approfondito, ragionato.

Ci sono tre persone che hanno lasciato il segno.

La prima è don Daniele che era stato curato nel mio paese. Ad un certo punto l’hanno chiamato in Etiopia e lui è partito. Io sono andato a trovarlo due volte. Nel 1993 e nel 1995. Poi è morto. A 41 anni. Un tumore ai polmoni. È una delle persone che più mi manca in assoluto.

Negli stessi anni, Alex Zanotelli, partiva per il Kenya. Dopo strani percorsi riesce ad arrivare a Korogocho, una delle baraccopoli di Nairobi, quella più vicina alla discarica. Lì vive in mezzo alla gente e con le persone crea diversi progetti. È tutto raccontato nel libro “Korogocho, alla scuola dei poveri”. L’avevo divorato e sottolineato. Nel libro c’è anche una visione di Dio che sento molto vicina.

Terzo: Sandro Bobba. Volontario della LVIA, una Ong che svolge attività di cooperazione internazionale, prevalentemente nel ramo dell’acqua. Portatori d’acqua. È stato per undici anni il presidente dell’Associazione oltre ad aver vissuto diversi anni in Africa.

Durante le vacanze di Natale ho tirato un filo e ho creato il collegamento ideale: con nel cuore don Daniele, sono stato nei posti di Alex Zanotelli insieme a Sandro Bobba.

Dodici giorni in Kenya per un’esperienza di conoscenza e condivisione; attorno a Nairobi per vedere i progetti della LVIA e per mettere i piedi a Korogocho.

D’altronde il mal d’Africa era latente. Sapevo che prima o poi sarebbe ritornato. E così è stato.

(… continua …)



Alla fine del mondo

12 11 2018

Non amo andare in bicicletta. Credo che il camminare sia la dimensione migliore per godersi quello che c’è attorno. Eppure, causa forza maggiore, ho percorso 220 km in mountain bike. Il piede fratturato la scorsa estate mi ha costretto a trovare una soluzione alternativa al cammino. Ecco quindi la soluzione: Santiago de Compostela – Finisterre – Muros – Santiago. Un giro ad anello che segue per la prima parte il famoso “cammino” e poi scende sulla costa per riportarmi dopo tre giorni nella città dove si concludono tutti i vari cammini.

Di fatto ho percorso la parte conclusiva che porta al km 0,000 poco prima del faro di Finisterre. Che dire? Mi sono divertito. Ho fatto tanta fatica, soprattutto per non essere abituato. Ho preso l’acqua e ho passato pomeriggi interi ad asciugare i vestiti negli alberghi. Ho mangiato benissimo. Ho fatto silenzio. Ho ricevuto silenzio. Mi sono ingegnato a trovare soluzioni agli imprevisti. Mi sono guardato attorno. Ho fatto fotografie. Un giretto, insomma. Tutto qua.



Il momento dell’estate

31 08 2018

Chi mi legge su questo blog, sa che è giunto il momento di scoprire che cosa mi sono rotto in questa estate. Dopo i legamenti al ginocchio giocando a bandiera e dopo la spalla camminando ad occhi chiusi su un muretto, l’anno scorso avevo avuto la malaugurata idea di lanciarmi in mare da più di 12 metri con contusione al collo che mi ha portato un inverno ricco di non gradevoli cervicali. E quest’anno?

Inutile dire che il “colpo di Genio” è arrivato, immancabile, anzi puntualissimo. Risultato: rottura del secondo, terzo e quarto metatarso del piede sinistro. Prognosi: riposo, stampelle e “prima poi tornerai a camminare bene”.

Le cose sono andate così. Mi trovavo a fare canyoning in Svizzera con un gruppo di amici. Su e giù per i torrenti. Il primo giorno tutto era andato liscio. Abbiamo fatto il Cresciano integrale che è una forra di circa 8 ore di percorrenza. Tante botte qua e là, ma grande soddisfazione a compensare i dolori. Il giorno dopo, invece, l’obiettivo era il Pontirone, breve, ma forse il più scenico della zona. Si inizia con una calata nel vuoto di circa 35 metri vicino alla cascata. La più bella mai fatta. Poi arriva un toboga (scivolo di roccia naturale che termina in acqua). Siccome avevo un po’ mal di schiena, è arrivato l’istinto: io salto. E così, da due metri mi butto nella pozza che però non era libera, ma a pochi centimetri dall’acqua nascondeva un sasso piuttosto solido. Ci sbatto su il piede, urlo e fine, non riesco più a camminare. Per uscire dal canyon mancava ancora un’oretta e così sono stato assistito dagli altri. Arriviamo, mi tolgo la muta e fine della vacanza. Torniamo a casa.

Tutti sanno che per il piede esiste una regola sacrosanta che afferma: “se non lo appoggi vuol dire che c’è qualcosa di rotto” (chiedete ai vostri genitori e ai vostri amici, la sanno tutti). Io, nemmeno potevo sfiorare il pavimento e, quindi, con questa sicurezza professionale acquisita dalla tradizione, mi presento per le lastre al pronto soccorso. Quando l’ortopedico mi dice: “non c’è niente di rotto”, lo guardo e gli insegno: “no, guardi, qualcosa ci deve essere, vede qui e qui?”. Lui riguarda la lastra e mi dice: “è tutto ok, ma se vuole le dico che è rotto qualcosa”. Mi zittisco ed esco. Non una fasciatura, un bendaggio, niente.

Dopo una settimana il piede è ancora un salame. Faccio una risonanza magnetica e si scopre che, invece, le fratture ci sono. E qua finisce la storia. “Prima o poi tornerai a camminare bene” mi ha detto l’ortopedico. Grazie al cielo non son uno di quelli che vuole sapere con precisione i tempi di guarigione o che ha una vita super-programma. Prima o poi…



Metti una birra a Liverpool

15 08 2018

Qualche mese fa, Silvio mi ha detto: “Mi piacerebbe andare a bere una birra a Liverpool”. Ed io ho risposto: “Andiamo”. E così, ai primi di agosto siamo stati qualche giorno in Inghilterra. Liverpool e la vicina Manchester sono famose perchè alla domanda: “Ma cosa c’è da vedere” la gran parte delle persone, giustamente, risponde: “Niente”. Ed è un po’ vero. Non fosse che si è in Inghilterra e a me già può bastare. Oddio, qualcosina a Liverpool c’è. Ad esempio è patrimonio Unesco la zona dell’Albert Dock, una ristrutturazione davvero fatta bene della zona portuale. Ci siamo arrivati una domenica con il sole e il cielo terso ed è stato davvero tutto piacevole. La gente era nelle strade, lungo le vie o nei prati a prendere il sole. Sulle banchine del porto c’era un mini luna park che regalava bei colori e immagini. Sempre presenti i Beatles. Non poteva, ovviamente, mancare un salto ad Anfield, lo stadio dove gioca il Liverpool. Sulla strada del ritorno siamo riusciti a trascorrere anche ventiquattro ore a Manchester.