Buon Natale

22 12 2018

Nel recente libro The Game, Alessandro Baricco prova a spiegare cosa è successo negli ultimi quarant’anni da quando l’unico mondo esistente è stato affiancato dall’altro mondo, quello virtuale. Tutti noi sappiamo di cosa sto parlando: internet, i social, gli smartphone, il perenne collegamento con una realtà a lato, fatta da informazioni più o meno vere, dove il concetto di verità non necessita neppure di verifica.

Inutile dire che in questo passaggio epocale dell’umanità mi ci sono ritrovato. D’altronde ho giusto un piede al di là della riga di “quello che c’era prima”. L’ho visto, diciamo. Mi ricordo che nel 1997 (vent’anni fa) nel mio primo lavoro in un comune esisteva un solo PC. Dico: uno solo. A turno veniva utilizzato dai più predisposti al nuovo. Poi, certo, c’erano anche i videoterminali e il relativo disagio per i videoterminalisti (oggi, semmai, il disagio sarebbe se non avessimo un PC…).

Comunque. Leggendo il libro mi sono ritrovato a pensare alle cose di prima. Me ne sono venute in mente tante. La più banale è che tutti eravamo più o meno esperti di ingredienti dei cosmetici. Quando, infatti, si andava in bagno, in assenza di qualcosa di più serio da leggere, lo sguardo cadeva sempre sull’etichetta di uno shampoo o di un detersivo. Lo so che è così, non fate finta di niente…

Una cosa molto più seria, invece, è il fatto del “credito”. Cioè, io mi ricordo che quando i miei genitori mi mandavano a fare la spesa (già questo è strano: i figli facevano la spesa!), potevo dire alla signorina che sarebbero poi passati i miei a pagare. Così, tranquillamente. Nessuno mi ha mai detto niente. Anzi, una volta ho avuto anche un grande insegnamento: ero andato all’edicola e avevo chiesto qualche bustina contenente gli adesivi (qualcuno si ricorda che andavano di moda gli adesivi?) dichiarando solennemente: passa, poi, mio papà. Cosa che ha fatto, ma non ha saldato. È venuto a casa, mi ha fatto prendere su il salvadanaio delle mance e mi ha portato in piazza a concludere l’affare. L’altro giorno ho dovuto pagare addirittura “prima” di comprare qualcosa e così mi è venuto in mente quel tempo lontano.

È sempre difficile trovare il modo di proporre nuovi auguri di Natale. E così ci provo augurando a tutti di tornare per qualche istante al di là della linea di demarcazione per scoprire cosa facevamo senza uno smartphone perennemente a distanza di sicurezza. Così, per riscoprire un po’ le nostre radici.

Buon Natale e Sereno 2019!



Tutti i problemi dell’ufficio personale

5 12 2018
Ho scritto quanto segue esattamente cinque anni fa. Mi sembra bello riproporlo. Anche per dimostrare che le cose non sono cambiate molto. Cinque anni ed è tutto come prima!

A un corso di formazione dei giorni scorsi, mi sono ritrovato la sala con le seggiole predisposte a cerchio. Appena entrato ho avuto l’impressione che potesse essere l’occasione per una bella riunione in stile “Alcolisti Anonimi”. Solo che bisognava contestualizzare  e  allora, aspettando l’inizio del corso,   ho immaginato cosa potrebbe scaturire da una seduta terapeutica avente titolo: “I disturbi tipici dei dipendenti degli enti locali”.

Chi vuole iniziare?

–        Buongiorno, mi chiamo Gianluca, sono qui perché ieri pomeriggio ho fatto piangere mio figlio dicendogli che poteva mangiare le caramelle nel limite del 40% dei ciuingam mangiati lo scorso anno. Lui, veramente, voleva portarsi dietro anche i resti. Ma gliel’ho proibito con le cattive maniere.

–        Salve, io sono Rosa. Sono assunta da 7 anni, 6 mesi, 3 settimane e 2 giorni. Non ho ancora stipulato il mio contratto di lavoro. Mi sento “instabile”. Sono una precaria stabilizzabile?

–        Mi chiamo Carlo. Il mio difetto è di essere molto pignolo. Quando sono stato spostato all’ufficio personale mi è venuta l’idea di ricalcolare il fondo dal 1993 ed ho scoperto che nel 1998 c’è stato un errore di costituzione di 280.340 lire. Non so cosa fare. Se chiamare la Procura, la Guardia di Finanza o far finta di niente. Mi aiutate?

–        Sono Francesco. Secondo me dovresti dirlo al tuo responsabile. Tu pensa che, una volta, a me hanno rigato l’auto perché mi sono azzardato a dire che l’indennità di disagio a euro 29,99 era un po’ troppo “vicina” all’indennità di rischio. Sarà stato un segno? Il mio carrozziere dice di sì.

–        Buona giornata. Mi chiamo Gina. Sapete che io non riesco a dormire proprio per l’indennità di rischio? Nel contratto nazionale c’è scritto che va erogata per un importo mensile di 30,00 euro. Solo che qua si ostinano a farmela calcolare sulla base dei giorni di effettiva  presenza. Ma io mi chiedo: se fosse stato sui giorni di presenza, non avrebbero dovuto quantificarla in importi giornalieri? Se è mensile, bisognerà pur definire cos’è “un mese”, ma non un importo giornaliero, o no? Che dite provo con lo Xanax?

–        Sono Luisa. Posso cambiare discorso, anche se riguarda un rischio? Sono andata ad un corso sulla previdenza complementare, che si dovrebbe chiamare Perseo (il mio vicino di banco, per tutto il corso, ha continuato a dire: “sei Perseo? Trentaseo”). Volevo sapere solo una cosa: se aderire o meno. È l’unica cosa che ho capito. Mi hanno detto che dipende dalla mia predisposizione al rischio. Ho fatto un test attitudinale e la mia personalità è stata definita “soggetto ad alto rischio”. Da allora giro sempre con una pistola in tasca.

–        Eh?! Ma siamo sicuri che questa terapia di gruppo funzioni?

–        Ok, imbocchiamo un’altra strada. I prossimi dieci minuti insulteremo i nostri colleghi dell’ufficio tecnico, va bene? Pronti? Via!

… dopo 10 minuti…

–        Ah, questa terapia ha funzionato. Molto liberatoria. Sto già meglio. Posso proporre, adesso, di insultare un po’ anche i vigili?

–        Sì! Purché poi si passi alle insegnanti delle materne e alle educatrici dei nidi!

–        Ehm. Posso dire qualcosa anch’io? Sono Walter. Sono diciassette giorni, due ore e quindici secondi che non leggo un articolo di Oliveri. Sono in crisi di astinenza. Ne avete uno sottomano? Uno di quelli con il titolo scioccante, poi smentito dal testo, però. Grazie.

–        Mi chiamo Cristina. Sono laureata in lettere. Lavoro, ovviamente, all’ufficio personale. Ho un amico, che si chiama Giuseppe, che è il massimo esperto di tributi in Italia, e lavora, ovviamente all’ufficio personale. Il mio collega, invece, ha fatto filosofia ed elabora, ovviamente, le buste paga. C’è qualcuno qui dentro che, ovviamente, fa il lavoro per il quale ha studiato?

–        Anch’io sono laureato, in lettere. Mi chiamo Giorgio. La cosa che più mi ha messo in crisi da quando mi occupo del fondo è che non ho ancora capito che cosa vuol dire “ovvero” in italiano. Vuol dire “e” oppure “o”? No, perché, ci sarebbe l’art. 15, comma 4, del CCNL 1° aprile 1999 che usa la locuzione “ovvero”, ma qua tutti la interpretano come vogliono … boh.

–        Sono Silvia. Lavoro in una società partecipata. Sono stata assunta con un concorso pubblico i cui componenti erano quelli della CiVIT. Incorruttibili. Eppure, mi hanno detto che non posso transitare in una pubblica amministrazione. Sapete se è vero?

–        Mi chiamo Luigi. Mi ha mandato a questa seduta terapeutica mia moglie, perché dice che devo smetterla di fissare il tetto massimo mensile di spese per formaggi e salumi nel limite della spesa sostenuta nel mese precedente per involtini e polenta.

–        Non dirlo a me. Io ho elaborato un logaritmo che calcola il rapporto tra spese per viaggi e spese complessive conteggiando anche le uscite domenicali sul lago. Il dato è poi stato allargato fino ai parenti di quinto grado, i quali, però, devono aver svolto le attività turistiche negli ultimi cinque anni partendo dalla data di calcolo, tenuto conto del fattore deviante dovuto all’afa estiva o alla neve invernale. Il mio parroco, durante una confessione, mi ha promesso che avrebbe chiesto l’emanazione di una bolla pontificia per spiegare come fare correttamente il calcolo, anche se nel frattempo mi avrebbe perdonato tutti gli errori.

–        A proposito di preti. Io al mio ho chiesto se i comandamenti dell’ARAN per fare gli incrementi del famoso art. 15, comma 5, fossero davvero dieci e non invece sette come ci sono stati tramandati. E poi, visto che c’ero, ho chiesto se la violazione fosse un peccato capitale o veniale.

–        Scusate, ma voi avete mai elaborato un PA04? No? Allora, prima di parlare dei vostri problemi, vi invito a farlo. Tutto vi sembrerà più roseo. Ma tu, perché tremi?

–        Ho avuto l’ispezione della Ragioneria generale dello Stato. Loro dicono, nella relazione, che non ne ho fatta una giusta. Nemmeno una. Progressioni orizzontali, indennità di comparto, indennità di responsabilità, art. 15, commi 2 e 5, e chi più ne ha più ne metta. Tutto. Ho sbagliato tutto. Mi sento un fallito. Se andavo a caso, forse ne azzeccavo di più…

–        Ne volete sapere una? Il mio capo è una posizione organizzativa con la terza media. Io ho il master in economia delle aziende pubbliche e registro le bollette della mensa. Secondo voi ce la farà l’Italia?

–        Ma non puoi farne una questione di titoli di studio, dai. Non vorrai mettere in discussione il valore ben superiore delle “esperienze” e più sono varie meglio è; si sa. Comunque, dovresti essere felice che almeno un lavoro tu ce l’hai …

–        Oddio, quasi. Mi stanno stabilizzando. Si sono accorti che tremo troppo e così provano a darmi stabilità. Anche se prima devono capire come si fa, perché sembra che occorra aspettare un d.p.c.m. che spieghi le regole. Intanto, mi hanno detto che mi prorogano.

–        Sono Andrea, ma ormai nessuno mi chiama più così. Prima mi hanno detto che ero un “articolo 90”, poi un “articolo 110”. Poi, esasperato, ho fatto un provino canoro per entrare negli “Articolo 31” e infine sono qua, a cercare la mia identità. Nel frattempo ascolto L’Equipe 84 e bevo l’Amaro 18 Isolabella.

–        Mi chiamo Franca. L’altro giorno mi sono ammalata. Volevo stare a casa tutto il giorno, ma poi ho pensato che la mia era una malattia solo di qualche ora e quindi ho chiesto un permesso. Mi hanno detto che non vale. Allora ho provato con le ferie. Neppure! Non funziona. Non si può stare in vacanza ad ore. Non sapevo più cosa fare. Ho pensato di guarire e di tornare al lavoro.

–        Buongiorno. Sono Giovanni. Mi sono laureato alla Bocconi, poi ho lavorato nella catena di montaggio della Toyota dove ho imparato a programmare la mia attività. Sono arrivato nel comune ed ho iniziato a preparare tutti gli adempimenti con largo anticipo, rispetto alla scadenza. Ma tutte le volte accadeva, a rotazione, che: a) rinviavano la scadenza; b) modificavano i modelli per le rilevazioni e dovevo rifare tutto; c) cambiava una norma. E allora ho imparato che qua bisogna fare tutto all’ultimo secondo oppure aspettare un sollecito, che tanto non succede niente.

–        Sono Silvio. La notte, mentre dormo, ho un sogno ricorrente. Siamo al giudizio universale e mi presento a Dio. Lui mi guarda un po’ di traverso e mi chiede: “Ma davvero hai lavorato all’ufficio personale?” Io, prontamente, a petto gonfio rispondo: “”. Lui continua: “Ma ti hanno fatto la statua? No? E allora? Tutte quelle ore in ufficio fino a tardi, quelle notti insonni pensando alla quadratura del 770 o del conto annuale, quelle litigate con i colleghi … ma allora tutto questo … perché l’hai fatto?” E qui mi sveglio sempre! Senza sentire la mia risposta.

Va bene. Direi che la seduta si può concludere qui. Abbiamo fatto un buon lavoro di gruppo. Ora ognuno può lavorare “su sé stesso”, tornandosene all’ufficio personale.

Ovviamente ci vediamo al prossimo corso; mi raccomando la terapia non funziona se non seguita assiduamente.



Zoom

30 11 2018

Per provare la tenuta del piede mi sono azzardato a studiare percorsi circolari qua e là in Galizia. Dopo le tre giornate in bicicletta ho rallentato la visione delle cose, camminando. Grazie ad un tempo non sempre bellissimo e ad un cielo non sempre cristallino ho imparato due cose.

Se non si è distratti da bellezze più grandi, si vedono quelle più piccole. Funziona così. Una bella giornata, limpida, con il blu e verde luccicanti, già di per sé può bastare alla nostra anima. È talmente tutto bello che non si va in profondo. Se invece non si è “distratti” da una bellezza allargata, lo sguardo si restringe e si scende nel particolare. Allora si scopre la bellezza di un sentiero bagnato, del profumo dell’umido, delle goccioline che scendono sugli occhiali. Uno stagno con tante foglie galleggianti può rappresentare il momento cult di una intera giornata. Come lo può diventare anche scoprire una sola lama di luce attraversare per qualche secondo il cielo. Oppure, riceve attenzione ammirata il duro lavoro di una formica che si prepara all’inverno. Dal grande al piccolo. Ma meraviglia è. E quello che mi accade è voglia di fotografare.

La seconda cosa che il brutto tempo mi ha mostrato è questa: sono capace di resistere tranquillamente facendo niente in una camera di albergo sentendo la pioggia cadere e in compagnia di un buon libro. Riesco a sopportarmi, insomma.



Alla fine del mondo

12 11 2018

Non amo andare in bicicletta. Credo che il camminare sia la dimensione migliore per godersi quello che c’è attorno. Eppure, causa forza maggiore, ho percorso 220 km in mountain bike. Il piede fratturato la scorsa estate mi ha costretto a trovare una soluzione alternativa al cammino. Ecco quindi la soluzione: Santiago de Compostela – Finisterre – Muros – Santiago. Un giro ad anello che segue per la prima parte il famoso “cammino” e poi scende sulla costa per riportarmi dopo tre giorni nella città dove si concludono tutti i vari cammini.

Di fatto ho percorso la parte conclusiva che porta al km 0,000 poco prima del faro di Finisterre. Che dire? Mi sono divertito. Ho fatto tanta fatica, soprattutto per non essere abituato. Ho preso l’acqua e ho passato pomeriggi interi ad asciugare i vestiti negli alberghi. Ho mangiato benissimo. Ho fatto silenzio. Ho ricevuto silenzio. Mi sono ingegnato a trovare soluzioni agli imprevisti. Mi sono guardato attorno. Ho fatto fotografie. Un giretto, insomma. Tutto qua.



Resta la musica

25 10 2018

Giù dai marciapiedi un cuore rotola, lo accarezza solo la musica.

Tanti, avranno riconosciuto la citazione. È la canzone Cigarettes and Coffee di Scialpi. Siamo nel pieno degli anni ottanta, precisamente è il 1984. Io mi ricordo steso sul letto della mia camera gialla che ascoltavo musica con il walkman della Sony. Quelle atmosfere lì, insomma.

Le canzoni per gli adolescenti non sono tutto, ma son tanto. E quindi, quando ieri alla radio è improvvisamente partito il singolo di Scialpi, ho fatto il classico salto nel passato. Come la scena finale di Ratatouille.

E, pensavo anche, che non erano male quelle canzoni. Provate a dire oggi ai nostri adolescenti che un cuore rotola giù dai marciapiedi. Ti rispondono che gli organi del corpo umano estrapolati dal contesto muoiono. Oppure che non sanno cosa sono i marciapiedi, le regole, i confini. Una carezza, poi. Che roba è?! Il contatto più frequente che oggi assomiglia ad una carezza sono le dita che scivolano sullo schermo dello smartphone.

Che fortuna esserci in quegli anni, quando è tutto quel che resta sopra il tavolo di un bar, i video sono spenti nessuno parla più e quando eravamo isole nell’oceano della solitudine e arcipelaghi le città dove l’amore naufraga.



La porta

20 09 2018

Qualche giorno fa mi hanno girato questo video. È uno dei tanti in cui si mostrano errori clamorosi di valutazione umana che portano a incidenti o sorprese. Più lo vedo e più penso che le immagini nascondano di più di un imbranato che si schianta contro un palo. Mi pare che ci siano due o tre elementi fondamentali dell’esistenza.

Intanto, nella vita si incontrano tante porte. Alcune si aprono facilmente, altre no. Alcune sappiamo come funzionano, altre no. Ma di porte ce ne sono tante e prima o poi ci tocca affrontarle. A questo punto subentra il nostro carattere: timidezza, decisione, intelligenza, ragionamento, improvvisazione, razionalità. C’è chi suona sempre il citofono, c’è chi bussa, c’è chi entra a piedi scalzi e c’è chi, come nell’esempio, entra con convinzione, certezza assoluta. Dal video, capiamo, che non sempre è la strategia migliore. Troppa sicurezza non porta sempre all’efficacia.

Si apprende anche che, sempre nella vita, non siamo da soli. Guardate quell’attimo in cui prima di entrare, il protagonista si gira per assicurarsi che ci sia il suo compagno. Non si capisce bene se è premuroso (ci sei? Entriamo?) o se sia diffidente (eh no, caro, entro prima io!). Ma comunque sia è sempre un cammino che porta al confronto con gli altri. Tanto più, prima di varcare una nuova soglia.

Un altro insegnamento. Se ci sono due porte che portano nella stessa direzione perché aprirle tutte due? Lì ci stanno tutti i ragionamenti sull’abbondanza. Una è più che sufficiente, il resto è spreco. Vale per il cibo, per il tempo, per il lavoro. Quanto basta per entrare in un edificio? Una porta. E per vivere?

E infine l’avvertimento che non può mancare: in giro ci sono tanti stronzi, che nascondono dei pali qua e là. Occhio a non sbatterci contro.



Questioni di performance

28 08 2018

Oggi fa veramente caldo. D’altronde siamo in estate, alla vigilia di agosto. Per non contribuire con questo Editoriale alla pesantezza della situazione, provo con qualcosa di molto leggero. Non è il problema dei problemi e neppure la risoluzione alla domanda-cult (gli incrementi del CCNL stanno nel limite del trattamento accessorio?). Mi occuperò, banalmente, della pronuncia della parola performance, che è entrata a far parte del nostro mondo pubblico con il d.lgs. 150/2009. A rischio di sembrare borioso[1], mi sono fatto un po’ di ricerca ed ecco i risultati.

Da internet si apprende che è uno degli errori di pronuncia più diffusi, nell’abitudine costante che abbiamo noi italiani di ritrarre l’accento. Quindi, anche dall’esperienza diretta nei miei corsi, mi sono accorto che noi diciamo il più delle volte: pèrformans con l’accento sulla e. Ma è sbagliato. Il più corretto sarebbe con l’accento sulla o, ma va bene anche con l’accento sulla a. Il primo è inglese, il secondo è francese (ti pareva che anche loro non volessero una pronuncia tutta speciale, d’altronde son campioni del mondo, mica bazzecole!).

Comunque, spiega tutto l’Accademia della Crusca[2] ricordando che il Dizionario di Ortografia e Pronunzia (DOP) raccomanda, molto giustamente, di seguire più diligentemente l’accentazione inglese (perfòrmans).

Ci sono anche diversi siti in cui si può ascoltare l’audio della pronuncia, qualora volessimo fare un po’ di esercizio[3]. Ovviamente, questo Editoriale, non ha una conclusione della storia, se non questa: avrebbero potuto usare altri termini, come ad esempio: “il ciclo di gestione delle attività” oppure “il piano degli obiettivi” o ancora “il sistema di misurazione e valutazione delle prestazioni” o infine “una pubblica amministrazione più efficiente, efficace ed economica” (su quest’ultima gira pure la parola “performante”, ma lasciamo perdere). Invece, ci tocca tenerci questo: performance. E così sia.

[1] C’è un retroscena. Amo le lingue e tutto ciò che ha a che fare con il linguaggio. Da grande volevo fare il “perito aziendale e corrispondente in lingua estera” e girare per il mondo. Mi sono, invece, limitato all’Italia, ma il pallino si vede che m’è rimasto.

[2] http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/intorno-performance

[3] Ad esempio: https://www.comesipronuncia.it/pronuncia/performance-uk-1062, ma il mio preferito rimane http://www.wordreference.com/enit/performance perchè incastra tutte le lingue che vogliamo.